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Sogno il mare tutte le notti. Non chiedetemene. E' cosi'. Chi sogna di
cadere, chi di volare - io sogno il mare. Suppongo quello presso cui sono nato.
Sopra questo mare: una vela, il mio viaggiare, il mio teatrando. Sotto questo
mare: una citta' sommersa, il mondo che ho ereditato (citta' sommersa come
quella Yria da cui prendo il nome). Intorno a questo mare: orizzonti da
esplorare, il mondo che inventero' - porti da toccare, mondi di sogno.
Porti incantati come quelli del Giappone, mia patria spirituale. E' in Giappone
che ho imparato a navigare la mia vita. La serenita' spirituale non e' una
condizione raggiunta la quale ti fermi e non ti muovi piu': essa e' un metodo,
che va applicato giorno per giorno. Tutto cio' che davvero e' perfetto lo e'
restando mutevole. Come il mare -
appunto.
Viaggiano i personaggi del teatro Noh: apparizioni di divinita', di
guerrieri, di fanciulle, di pellegrini, di demoni - maschere in viaggio verso
la perfezione, che infine trovano - se ci riescono - immergendosi nel tutto
originario. Ritorno alle acque del mare primordiale. Il delirio nirvanico di
Isolde.
Niente austerita' in tutto questo. E niente rinuncia. Il saggio orientale sa
godersi la vita. E sa ridere di tutto. Mai prendersi troppo sul serio. Lo zen e'
culla di scatenato umorismo. Che viaggia, attraverso il teatro tradizionale
giapponese, fino agli odierni fumetti, per me modello di drammaturgia.
Altri punti di contatto - e quanti! - col teatro dell'antica Grecia, con la Commedia dell'Arte, con l'opera lirica: fusione perfetta di tutte le componenti (poesia, musica, parola, immagini, movimento), stilizzazione estrema dei personaggi e delle situazioni, capacita' di interpretare profondamente i conflitti della condizione umana, sensibilita' quasi religiosa e contemporaneamente incredibile senso dell'ironia.
Dimenticavo: la maschera. Chi dice che un teatrante e' uno che si maschera e' un imbecille. La maschera non nasconde: rivela. Maschera di due tipi. Maschera chiara (neutra, enigmatica, celeste, angelica) oppure maschera scura (eccessiva, ammiccante, terrestre, demoniaca). Confrontate: le maschere del teatro Nō, quelle dell'antichita' classica, quelle della Commedia dell'Arte. Quando guardo la luna non so se ad apparirmi e' un volto a me caro, una fanciulla dell'epoca Heian o un Pierrot (come quello dal quale prendo il nome).
Sublime e' la tecnica della maschera che diventa espressiva come un viso. Altrettanto grande e' la tecnica dell'interprete che si fa congegno perfetto come una marionetta. (Come quando in Giappone i pupazzi del Bunraku imitavano gli attori del Kabuki e viceversa.) La maschera si muove verso il viso, invidiandone i sentimenti umani - il viso verso la maschera, aspirando alla sua purezza soprannaturale. (Soprannaturale, divina: siamo forse le marionette degli dei? se e' cosi', allora, forse, gli dei ci invidiano la nostra fragilita' e la nostra caducita'.)
Deliri, continui deliri. Lucida follia. Ovunque io vada, visioni di sogno mi accompagnano. Il Giappone, terra di apparizioni, apparizioni di spettri e di mostri. Come quel drago (quel Naga da cui prendo il nome), drago corrente di energia, creatura di acqua e aria, viva nel mare e nel vento (laddove noi occidentali pensiamo draghi di terra e fuoco). Compagni di viaggio irrinunciabili il malinconico Tasso, l'inquietante Hoffmann dagli innumerevoli racconti, quel Rimbaud la cui opera e' onnipresente nel mio zaino per ogni viaggio io faccia - Rimbaud, il poeta fanciullo cui devo la citta' sommersa e infinite altre ispirazioni, prima fra tutte il battello ebbro.
Ma non sono un genio sregolato. Non sono maledetto: vivo tranquillamente e, se non fosse per i ritmi impostimi dalle leggi del teatro, passerei volentieri le mie giornate passeggiando sulla spiaggia, cucinando per gli amici, leggendo un libro, sorseggiando un te'. E temo di non essere nemmeno un artista. Non chiamatemi artista, semmai artigiano. Il mio e' un tranquillo e ordinato lavoro di ricerca e progetto. E soprattutto di umanita'. Credo nell'etica della regia, nel rispetto verso il pubblico che ha pagato il biglietto, verso l'autore di cui mi faccio tramite, verso gli interpreti che accettano di farsi dirigere. Tutte persone che compiono un atto di fiducia nei miei confronti. Senza il quale non si fa teatro. Difficilmente mi presentero' in palcoscenico senza una conoscenza approfondita del testo che sto per affrontare o senza una concezione precisa di cio' che intendo farne. Altrettanto difficilmente mi troverete chiuso al dialogo e al confronto. Sono premesse indispensabili, il primo passo di un viaggio, passo senza cui non si puo' nemmeno iniziare.
Artigiano, dunque, non artista. Difficilmente credero' che l'arte del teatrante consista in altro che in una raffinata tecnica, una profonda concentrazione, una nobile professionalita', una appassionata dedizione. Non parlatemi di magia - semmai di energia. Quella e' innegabile, ma e' energia di nervi, non pasticcio di oroscopi. Cosi' il teatro diventa deriva di idee, naufragio di uomini, potenza che travolge tutte le pigrizie dello spirito, come nei riti di Dioniso, dio della follia e del teatro (quel Bromios da cui prendo il nome).
Osservate i piu' grandi poeti di tutti i tempi: i samurai. Chi l'avrebbe mai detto? Uomini dediti alla guerra e alla violenza? No, non cosi'. Uomini dediti a cogliere in un unico punto l'intero universo palpitante di vita. Un haiku e' una poesia di tre versi, diciassette sillabe in tutto, i quali racchiudono la massima intensita' emotiva in una struttura rigorosissima. Illuminazioni rimbaldiane, ispirazioni momentanee, eppure finemente meditati. Come e' possibile? Osservate il guerriero giapponese mentre compone dei versi: proprio lui, il guerriero, non e' in guerra contro carta e penna; non incertezze, non ripensamenti, non scarabocchi - come invece e' per noi. Egli si ferma a meditare - e solo quando la meditazione e' conclusa, afferra il pennello e traccia la sua poesia con pochi tratti rapidi e decisi. "Misura due volte e taglia una", direbbe una saggia voce antica del mio paese natio.
La tranquillita' del saggio orientale non e' statica, ma dinamica. Si puo' essere impassibili e tuttavia appassionati. Si puo' essere rilassati e tuttavia pronti a scattare, come la tigre addormentata. Avere l'intuizione di un verso, comporlo e scriverlo - tutt'uno. Anzi: non scriverlo - dipingerlo. Scrivere in Giappone e' come dipingere. Ancora una volta tutt'uno siano il pensiero, la parola, il simbolo. Sul foglio rimarra' impressa l'energia vitale di chi scrive, la lettera vergata sara' portatrice di ben altro che di inchiostro. Ancora una volta tutt'uno. L'arciere colpisce il bersaglio prima ancora di incoccare la freccia, perche' l'arciere sa che il vero bersaglio e' egli stesso. Questa e' la condizione che ogni teatrante dovrebbe raggiungere.
Questa e' la scoperta che Sigfrido fa rimirandosi nella pupilla del drago da lui stesso abbattuto. Nel drago l'eroe riconosce se stesso. Questa e' la verita' che Apollo non ha il coraggio di leggere nello sguardo del fratellastro Dioniso. Apollo danza con le Muse una danza aggraziata, ma ha orrore della shivaitica danza cosmica di Dioniso. Apollo non riesce a guardare oltre la misura e la proporzione, eppure si nutre di riti dionisiaci, di vapori oracolari, e' egli stesso la porta verso l'aldila'.
C'e'. Sono sicuro che c'e'. Da qualche parte, nella storia occidentale, c'e' stato un qualche errore: abbiamo dimenticato le antiche verita', i riti della madre, il senso della natura, la percezione del sacro, l'unita' ciclica del tutto - e ci siamo invece inventati un patriarcato distante e prepotente, un manicheismo opprimente, una artificiosita' tecnologica, un universo lineare e finalizzato, una assurda alienazione che ci rende incapaci di leggere in noi stessi, tanto meno negli altri, meno che mai nel mondo. Nella cultura orientale non e' cosi': non c'e' separazione tra uomo e natura, tra corpo e anima, tra materia e energia, tra bene e male. La scienza ha ormai riscoperto queste verita': fisica quantistica, principi di indeterminazione, nuove formulazioni di conoscenze che in passato noi gia' possedemmo. Anche il teatro si e' rigenerato, in questo secolo: permangono i generi mutilati, quelli di sola recitazione o solo canto o solo danza (e sarebbe un delitto se cosi' non fosse, dato che tali generi annoverano capolavori assoluti), ma riscoprono le proprie ragioni, si confrontano con i propri limiti, tornano ad essere sacri.
L'antico cercarsi reciproco dell'uomo e del dio, che fu poi dell'uomo e della marionetta oggi e' proprio dell'uomo e della macchina. E bene sia. Gia' nella rete telematica affiorano nuovi demoni, gia' le informazioni si sedimentano si strutturano in una nuova citta', prossima a sprofondare negli abissi del mare della coscienza, su cui - ancora e sempre - navigheremo.
Questi sono i miei orizzonti; sui quali si orienta la mia barca. Potete salire a bordo. Forse viaggeremo insieme, per un po'. O forse no, ma vale la pena tentare. Questi sono i miei orizzonti. Nessuna meta e' fissata, ma, come in tutti i viaggi che si rispettino, la cosa importante non e' la meta, ma il viaggio stesso.
by $teve