LIBRO DI BORDO: LE MIE NOTE DI REGIA

 

 

(I dati di produzione si riferiscono alla prima volta che ho messo in scena il tale il titolo, che però può essere stato ripreso successivamente in altri contesti e anche con regie rinnovate.)

 

 

L'oscuro. (Compagnia "Il Nodo", 1997)  Il mio incontro con Milena Nicolini. Lo scoprire, grazie a lei, il teatro, che fino ad allora avevo praticato senza una vera consapevolezza. Fiducia di Milena nelle mie qualità d'attore: il mio primo ruolo da protagonista, dare vita a un personaggio speciale: Rho. Potrei spiegarlo come un incrocio tra Amleto, Dracula, Paul Atreides e James Dean - ma non credo vada spiegato. Intanto perché Rho è veramente esistito - e su questo non aggiungo altro, per rispetto alla persona. Poi: perché Rho va oltre ogni definizione, un uomo che cerca di superare i limiti dell'uomo e, proprio in questi limiti, capisce il senso dell'essere "uomo". Lo stesso per me che lo interpretai: l'attore, diventando altro da sé, conosce sé stesso.


Streghe. (Compagnia "Il Nodo", 1998)  Un testo difficile, scritto da Milena Nicolini con l'intento di far riaffiorare alla nostra coscienza antiche conoscenze che abbiamo dis-imparato nell'Occidente moderno. Il ciclo dell'esistenza, il rapporto tra l'uomo e la natura, il pregiudizio che incontra chi diffonde queste semplici verità primordiali. Come alcune indimenticabili figure femminili: le baccanti dell'antica Grecia, le streghe del Medio Evo, le guaritrici contadine della modernità. Per me: come persona, la (ri)scoperta di un mondo che non ho più lasciato; come regista, il primo autentico lavoro su uno spettacolo che fondesse parole, musica, immagini; come attore, identificarmi con Dioniso, dio del teatro e della follia.


Vittoria. (Compagnia "Il Nodo", 1999) Milena Nicolini ha saputo trarre dal romanzo di Conrad un testo teatrale veramente solido, che credo di aver valorizzato a mia volta con accurate scelte musicali (brani di musica tradizionale giavanese, due canzoni da opere di Brecht eseguite dal vivo e il Valzer Triste di Sibelius, struggente leitmotiv). Per noi e per il pubblico è stato un autentico godimento confrontarci con una avventura esotica ai limiti del poliziesco, che proponeva inquietanti interrogativi sul ruolo dell'uomo contemporaneo al volgere del secolo. All'affollato primo atto, ambientato in un albergo pieno di numerosi caratteristici personaggi, si contrapponeva un secondo, ambientato su un'isola deserta, nel quale i cinque protagonisti si ingannavano a vicenda ingaggiando una lotta all'ultimo sangue che tuttavia terminava decretando, pur tragicamente, la "vittoria" dell'amore.


Liberamente tratto. (Compagnia "Il Nodo", 2000) La mia prima commedia, spregiudicata nella contaminazione di materiali teatrali (Rumori fuori scena per il primo), goffa nelle lungaggini, scatenata nella realizzazione: un atto d'amore per il teatro e di ironia verso me stesso, che causò attacchi di irrefrenabile ilarità al pubblico, ma anche in noi del cast... Ancora oggi, con gli interpreti di quel testo, nel bel mezzo di un discorso, capita di ripeterne interi dialoghi, ridendo come matti. (Quasi dieci anni dopo, il mio vecchio copione fu ripreso dai giovanissimi attori del "Fermi": complimenti e... grazie!)


Ballando sul tetto. (Compagnia "Il Nodo", 2001) Uno degli spettacoli più complessi e tuttora migliori che abbia mai realizzato. La fonte: Il violinista sul tetto, indimenticabile ma poco noto musical sulla sorte degli ebrei nella Russia dei primi del secolo - capolavoro di sentimenti, riflessioni, umorismo, folklore. Un testo che vive di conflitti: tra culture, tra religioni, tra politiche, tra classi, tra generazioni, tra scelte: contrasti universalmente validi, che hanno tutto da insegnare. Riscritta l'intera sceneggiatura, tradotte in italiano le canzoni, coinvolte oltre cinquanta persone tra attori, cantanti, musicisti, tecnici. Vado particolarmente orgoglioso dell'ideazione scenica, economica e semplice, ma potente, con alcune trovate che risultarono molto suggestive. Orgoglioso, soprattutto, della commozione suscitata in tutto il pubblico e, in particolare, nella comunità ebraica locale, fin troppo generosa di complimenti. (E fu l'inizio della mia avventura col musical.)


Deconstructing Hamlet. (Compagnia "Il Nodo", 2002) A mio parere, il capolavoro drammaturgico di Milena Nicolini: riscrivere Amleto senza modificare le battute, semplicemente modificandone l'ordine e moltiplicando i personaggi. La lettura del testo mi suggerì l'immagine di una partita a scacchi (due re, due regine, castelli, cavalieri, il coro delle pedine...), che diventarono tridimensionali: una decina di cubi di legno bicolori che in ogni scena venivano disposti diversamente, come pure i personaggi, a loro volta bicolori. Un Amleto astratto, simbolico, eppure vibrante nelle emozioni ed esplicito nei significati. Che ebbe una incarnazione ancora più sorprendente quando lo riprendemmo mettendolo in scena in versione "a itinerario", in una antica villa della campagna emiliana, con il pubblico libero di muoversi nelle varie sale e gli attori a diretto contatto col pubblico stesso.


DAMS: ultima frontiera. (RAI RADIO TRE, 2001) L'orgoglio: di essere selezionato tra gli studenti del DAMS che lo avrebbero rappresentato in occasione del ventennale; di lavorare con RAI RADIO TRE (compagna fedele di tutte le mie giornate); di ricevere apprezzamenti per la qualità del mio lavoro da professionisti stimatissimi; di scrivere, interpretare e sentir mettere in onda le mie creazioni (specie la drammatizzazione di alcune memorabili sequenze tratte da fumetti di Andrea Pazienza, che è uno dei miei miti personali, a maggior ragione in quanto mio conterraneo - cresciuto al sole e al mare del Gargano - e poi studente nel mio stesso amato DAMS)... Non saprei che altro aggiungere.


Le nozze di Figaro. (Associazione "Fantasia in RE", 2002) La prima di una lunga serie di regie per "Fantasia in RE", senza cui non avrei mai fatto il salto al professionismo. Debuttare come regista di opera lirica, per di più in una città dalle secolari tradizioni culturali come la svizzera Basilea. Allestire noi italiani in un teatro tedesco un'opera scritta in italiano da un compositore tedesco per un pubblico italiano di adozione tedesca - una esperienza sconcertante. Nessun altro se non Mozart avrebbe potuto trasformare una banale farsa erotica in una magica meditazione sui rapporti umani. Ho lavorato per chiarire le intricate relazioni tra i numerosi personaggi e valorizzare tutti gli spunti di comicità che mi offriva il testo, ma spero anche di essere riuscito a rendere quell'incanto sottile, quello stupore - quasi mistico - davanti all'apparire del mistero dell'amore.


La traviata. (Associazione "Fantasia in RE", 2002) Se ci penso su due piedi mi dico: "Basta traviate! Non se ne può più!" Eppure, se dopo mi ci soffermo, finisco per ricordare a me stesso che è un'opera perfetta. Anzi, la regina delle opere, quanto a qualità e quanto a popolarità. Violetta è un personaggio di levatura a dir poco shakespeariana e - lei sola - basta a rendere sublime questa storia. Tuttavia, trovo che anche gli altri elementi siano perfettamente dosati: i personaggi, le situazioni, gli equivoci, i colpi di scena, l'architettura drammatica, i momenti di colore, quelli di comicità e, soprattutto, naturalmente, la musica; e chi ride dei valzerini verdiani non ha idea di cosa sia una drammaturgia musicale. Wagner (che pure amo più di ogni altro) e lo stesso Verdi maturo, non sono superiori, ma solo diversi. Quanto alla regia, proporre una Traviata che esca dal realismo è operazione rischiosa, viste le radicate aspettative che il pubblico inevitabilmente ha nei confronti di un tale titolo. Non so cosa ne farò un domani, ma per adesso è stato già bello lavorare sulla struttura dei dialoghi e sulla pulizia delle immagini.


La bohème. (Associazione "Fantasia in RE", 2002) Nella Parigi di fine Ottocento, quattro giovani artisti squattrinati abitano una vecchia soffitta. A loro si uniranno una sartina e una cantante, altrettanto povere, con inevitabili conseguenze sentimentali. Si dice che La bohème sia un raro caso di opera "senza cattivi". E, in un certo senso, è vero. Vi compaiono sì un padrone di casa e un anziano cicisbeo, ma suscitano più compassione che antipatia, e vengono liquidati in fretta. Eppure vi è un antagonista più potente, se pure invisibile: la vita, quella vera, in tutta la sua crudeltà. Questa è un'opera in cui si ha freddo e si ha fame. In cui si perdono le chiavi di casa e si resta chiusi fuori. In cui non ci si preoccupa di salvare la patria ma di pagare l'affitto. In cui ci si lascia non per questioni d'onore ma per banali incomprensioni. In cui non si muore in battaglia ma per mancanza di cure mediche. In questo nuovo mondo operistico anche le forme musicali della tradizione sembrano dissolversi: quelli che potrebbero essere dei cori colossali si frammentano in una miriade di battute, i duetti d'amore non si risolvono quasi mai nella sovrapposizione delle voci o vengono disturbati da voci ulteriori diventando quartetti, una potenziale grande aria di preghiera si riduce a un mormorio quasi parlato per di più interrotto dal vacillare di una fiammella. Ma la musica di Puccini, rinunciando agli schemi abituali, crea un flusso orchestrale e vocale ininterrotto, capace di un finissimo intreccio motivico e di una grande varietà di colori, tale da dilatare i dettagli apparentemente più insignificanti e travolgerci con autentiche ondate sonore. Ecco quindi come, in un'opera apparentemente senza ideali e senza conflitti, si scopre la poesia delle piccole cose: un bicchiere di vino, un fiore che sboccia, la luce della luna, una cuffietta rosa, un abbraccio quando si ha freddo o si è tristi. Gli eventi concreti sono scarsi e rarefatti, quelli emotivi complessi e immensi. Sono qui racchiusi tutti i sogni e le chimere della giovinezza, destinati a infrangersi ma così elevati da restituire il senso della vita, che vale comunque la pena di essere vissuta.

Tosca. (Associazione "Fantasia in RE", 2003) Tosca è una delle opere liriche più rappresentate al mondo in assoluto, e io stesso ne ho realizzato parecchie produzioni. Credo che il motivo di tale successo, inalterato ormai da più di un secolo, si trovi nel fatto che in quest'opera una musica straordinaria (si pensi alle immortali melodie di "Vissi d'arte" o "E lucean le stelle") si abbina a una narrazione particolarmente coinvolgente, che non manca mai di catturare finanche lo spettatore alla sua ennesima recita. Il genio di Puccini, infatti, condensa il dramma originario di Sardou in un'azione densa quant’altre mai. Le scene non sono concepite banalmente per culminare in momenti "statici" (come le pur splendide romanze); il flusso quasi ininterrotto della musica, con le sue ricche sonorità e il suo modernissimo intreccio tematico, rende potente ogni singola situazione: il rito solenne nella chiesa di Sant'Andrea, la straziante scena della tortura, la suggestiva alba su Roma e, naturalmente, l'agghiacciante finale. Persino il tradizionale triangolo amoroso tra soprano, tenore e baritono non risulta qui uno stanco cliché, ma vibra intensamente delle passioni (l'amore, la politica, la religione) che travolgono i tre protagonisti, ciascuno a suo modo.


Jesus Christ Superstar. (Compagnia "Chewingart", 2004, e Compagnia delle Mo.Re., 2012) La casualità della cronologia accosta questo musical a Tosca - e da Tosca riprendo l'idea centrale: questo è un testo che non fornisce risposte, bensì solo domande; un testo che pone diversi personaggi - e con loro lo spettatore - a confronto con l'interrogativo della presenza del sacro nel mondo; su ciò si interroga lo stesso Cristo, dubbioso egli stesso sulla propria natura e sul proprio ruolo. In più, una efficace rappresentazione dei potenti egoisti e della volubile folla. Un ordito musicale ricchissimo ed esaltante. Caifa è un personaggio sicuramente meno sfaccettato degli altri, e per questo meno interessante, ma lo canto volentieri, in virtù della sua malvagità (non poteva mancare nella galleria dei numerosi ruoli da "cattivo" che ho collezionato) e della sua vocalità gravissima. È un autentico piacere sprofondare con lui negli abissi delle mie potenzialità vocali e... del mio lato oscuro. Dovrò tornarci, un giorno, su Jesus, non da interprete ma da regista.


L'elisir d'amore. (Associazione "Fantasia in RE", 2004) Come si può non amarlo? Le antiche maschere stereotipate dell'opera buffa che diventano vive di una loro vibrante umanità: Dulcamara da truffatore si fa filosofo, Adina da capricciosa a repressa (se non autolesionista), Nemorino da scemo del villaggio ad animo nobile. Troppo simile alla vita reale per riderne e basta senza che ciò lasci il segno su di noi.


Il barbiere di Siviglia. (Associazione "Fantasia in RE", 2004) Il "barbiere" ha appena compiuto duecento anni, ed è una delle opere più eseguite al mondo. Chiunque, anche se a digiuno di lirica, si è ritrovato almeno una volta a canticchiarne la cavatina o la sinfonia. Chiunque, anche all'ennesimo ascolto, si ritrova a tenere il tempo con la testa o il piede. Ma non è solo nelle melodie accattivanti e nei ritmi trascinanti che risiede il motivo di tale successo. Una delle caratteristiche più interessanti di questo capolavoro è infatti la molteplicità dei livelli di lettura. C'è il gusto del divertimento puro e semplice fatto di battibecchi e tafferugli, ma anche il gioco più sottile degli equivoci e degli inganni. C'è la messa alla berlina di vizi universali come l'avarizia o la calunnia, ma anche elementi di satira sociale più moderni: Figaro, il popolano astuto, l'uomo "self-made", è figlio della maschera di Arlecchino e però, ribellandosi nelle "Nozze" al suo signore, sarà pure padre di quei giacobini che solo una decina d'anni dopo prenderanno la Bastiglia. E c'è il fatto che Il barbiere di Siviglia sia l'opera buffa per eccellenza, ma anche una parodia del genere medesimo, con gli interpreti che spesso si rivolgono direttamente al pubblico commentando in maniera metateatrale ciò che stanno facendo o cantando. Ci sono, soprattutto, quei pezzi d'assieme, che tanto piacevano a Stendhal e che a noi ricordano Pirandello o Beckett, in cui i personaggi sono travolti dalla catena degli eventi e perdono completamente il senno. Sicché, quando arriva l'immancabile lieto fine, permane, su tutta la vicenda, la sensazione agrodolce che, in fondo, l'eterno problema dell'incomunicabilità fra gli esseri umani resti insuperato e insuperabile. Alla luce di tali riflessioni, in questa regia si opta per un allestimento fatto di pochi elementi, una "casa in confusione", in perpetuo movimento, vista da dentro, e da fuori, con mobili che vanno e vengono, con oggetti che sembrano prendere vita e ribellarsi all'uomo, un ambiente estremamente mobile e perciò essenzialmente vuoto, in cui risaltino le "coreografie", intese come ricerca di movimenti che rendano la fisicità esasperata della commedia, rappresentino lo svuotamento del linguaggio e soprattutto permettano al pubblico di cogliere visivamente oltre che acusticamente il complesso intreccio delle voci costruito da Rossini.


Mosaici d'amore. (Compagnia dei Naufragati, 2004) Atto unico opera di Loredana Limone, vincitrice, insieme ad altri nove, della selezione per il U.A.I. Festival 2004. Dopo tanti spettacoli di professionismo, finalmente una produzione a livello poco più che amatoriale. Certo, meno budget meno pubblico meno visibilità, ma anche più libertà creativa (e anche più tempo). Questo, inoltre: anche il primo esperimento di formare un gruppo tutto mio, coinvolgendo poche persone massimamente affidabili... insomma, il primo nucleo della futura "Compagnia dei Naufragati". Quanto allo spettacolo in sé, Mosaici mette in scena una storia d'amore, anzi la storia di una storia d'amore, storia contenuta in un libro di cui discutono uno scrittore, giovane, idealista, e il suo editore, anziano, disilluso. Per loro, avendo un budget modestissimo, ho pensato a una messa in scena dalla struttura più ovvia (tavoli, sedie, arredi di recupero, poca attrezzeria) ma interamente rivestiti di carta, carta di ogni tipo, facilmente recuperabile a costo zero anche in grandi quantità. Per personaggi che vivono di storie su carta, ho insomma ricostruito un intero mondo di carta, ho reso visibile e tangibile quella cosa meravigliosa che sono la lettura e la scrittura, nella loro concretizzazione più ovvia e affascinante: il libro, smembrato e riassemblato, un libro che invade la realtà quotidiana, un libro che si fa vita.


Il flauto magico. (Compagnia dei Naufragati, 2004) Fin dai tempi della mia tesi di laurea (e forse anche da prima) sono sempre stato interessato al problema del rapporto, nella società contemporanea, tra la cultura "seria" e la cultura di massa. L'attività didattico-divulgativa, per me, non è solo profitto, ma anche un impegno per restituire ai più (storditi dalla televisione) gli strumenti per apprezzare la letteratura, il teatro, la musica - insomma: il gusto per le cose belle. Perché di questo, non d'altro, si tratta: sono semplicemente cose belle, che regalano all'individuo un arricchimento inestimabile. Tutti i miei spettacoli sono realizzati partendo dalla necessità di essere prima di tutto leggibili da qualsiasi tipo di pubblico, naturalmente senza che la leggibilità diventi banalità. Questo Flauto magico più degli altri, perché concepito per essere rappresentato nelle scuole elementari e medie. Gli attori recitano dialoghi, come al solito da me riscritti, e mimano una selezione dei brani musicali. Uno spettacolo che costa poco e offre molto.


Rigoletto. (Teatro delle Erbe (Milano), 2005) La prima di una serie di regie presso l'ormai scomparso Teatro delle Erbe. Un allestimento di cui sono particolarmente orgoglioso, per il modo in cui (con la collaborazione preziosa dei giovani scenografi Pedretti e Baldan) sono riuscito a risolvere i problemi che comporta la messa in scena di quest'opera (soprattutto il rendere "credibili" il secondo e il quarto quadro). La scenografia era costituita da pochi elementi (porte, muri, gradini, suppellettili, tendaggi) che venivano disposti diversamente di quadro in quadro a connotare le diverse situazioni. Una tale stilizzazione potrebbe far pensare a un allestimento povero e simbolico, invece il colpo d'occhio era piuttosto realistico e, oserei dire, monumentale. Il tutto grazie a idee semplici, maneggevoli ed economiche (il che è importante nell'attuale panorama della lirica italiana), come l'impiego di materiali di recupero e del polistirolo, con cui era realizzato persino l'imponente portale.


Pagliacci e Cavalleria rusticana. (Teatro delle Erbe (Milano), 2005) Una regia che ricordo con rammarico, in quanto una serie incredibile di problemi tecnici ne hanno compromesso l'efficacia. Per Pagliacci l'idea era quella di esasperare il gioco del teatro nel teatro, attraverso un meccanismo di rimandi simbolici, l'apparizione di cartelli stranianti e soprattutto ambientando l'opera non nel paesino previsto dal libretto bensì nello stesso Teatro delle Erbe, di cui la scenografia riproduceva la caratteristica sala di colore blu, fino ad arrivare alla scena finale, quella della recita, in cui all'interno del palcoscenico ne veniva creato un altro, sempre tutto blu, mettendo in corto circuito la struttura a scatole cinesi. Al termine, gli elementi scenografici accatastati alla rinfusa in questo fittizio teatrino, venivano disposti a formare l'ambientazione per Cavalleria rusticana, un'ambientazione essenziale, ai limiti dell'astratto (un tavolo e una sedia privi di connotazioni per la taverna, alcuni pannelli di stoffa verticali per il portone della chiesa). Purtroppo numerosi imprevisti legati all'impianto luci hanno penalizzato una impostazione completamente incentrata proprio sulle luci, che avevo minuziosamente studiato affinché l'effetto pittorico non fosse fine a se stesso ma fosse legato agli stati d'animo dei personaggi e al rincorrersi dei temi conduttori della partitura. Naturalmente spero quanto prima di poter realizzare questo progetto come credo meriti.


Madama Butterfly. (Associazione "Fantasia in RE", 2005) Il regista che mette in scena Madama Butterfly si trova davanti a un dilemma: che tipo di Giappone rappresentare. Cosa significava per Puccini il Paese del Sol Levante, di cui non aveva alcuna esperienza diretta? E cosa vogliamo che significhi per gli spettatori odierni? Molto si parla, e non a torto, della matrice "verista" dell'ispirazione del grande maestro toscano: in questo senso La bohème è paradigmatica, col suo scandagliare gli aspetti più realistici e apparentemente meno poetici della vita quotidiana della povera gente nei bassifondi urbani. Ma lo stesso non si può dire di Madama Butterfly. A ben guardare, il catalogo pucciniano comprende ben poco verismo in senso stretto: si pensi alle rievocazioni storiche di Manon Lescaut e Tosca, alla Cina fiabesca di Turandot, alla non meno esotica California della Fanciulla del West, al grottesco Medio Evo di Gianni Schicchi e al soprannaturale che irrompe addirittura nella più che realistica Suor Angelica. L’Oriente di Madama Butterfly è dunque solo un bozzetto in linea col gusto floreale dei primi del Novecento? Niente di più falso. Puccini sa bene che le passioni umane sono le stesse in qualunque luogo e qualunque epoca: se sceglie una storia di ambientazione giapponese, è perché vuole esaminare quelle stesse passioni proprio da una prospettiva giapponese. E ci riesce perfettamente, creando una musica che sa acquisire e rielaborare suggestioni nipponiche, che ci parla di un impero colossale eppure mai dimentico della poesia delle piccole cose, che sa scendere nell'animo di una fanciulla umile, fragile, illusa, eppure capace di un amore puro e invincibile. Quando Butterfly si toglie la vita, non lo fa per disperazione: lo fa perché non ha più alcuna via d'uscita per continuare a vivere se non rinunciare al suo amore, e lei questo non lo può fare. Tale concezione dell’estremo sacrificio di sé come autoaffermazione è profondamente giapponese, e Puccini lo ha capito. Insomma, il Giappone di Puccini non è (non poteva esserlo) una ricostruzione filologica, ma nemmeno uno sfondo posticcio. Così come non lo sono l'Egitto di Aida o la Spagna di Carmen. Questo è il progetto del nostro allestimento: abbiamo cercato di arrivare al cuore del capolavoro pucciniano, senza intestardirci nel dettaglio documentario ma nemmeno riducendo il tutto a una farsa in costume: ripulendo, stilizzando, e anche reinventando, sempre alla ricerca dell'emozione più autentica.


Felici ma non troppo. (Compagnia dei Naufragati, 2005) La prima vera produzione dei miei "Naufragati": uno spettacolo a cavallo tra l'operetta e il musical, il cui materiale di partenza è dato da A little night music, raffinato musical di Stephen Sondheim, poco noto se non per un film con Elizabeth Taylor, a sua volta ormai quasi introvabile, e quella canzone, Send in the clowns, appannaggio di tante grandi interpreti. Su questa base ho scritto, interamente in italiano, una scatenata ed esilarante commedia incentrata sul più potente dei motori teatrali: l'amore. Otto personaggi (fatti vivere da giovani cantanti modenesi dal notevole talento) si incontrano e si scontrano, si seducono e si ingannano, si mescolano sperimentando tutti gli accoppiamenti possibili e, infine, arrivano, trovando la combinazione giusta di coppie, a comprendere quel grande mistero che è la felicità in coppia. Il tutto non senza aver prima macinato una quindicina di canzoni (arie, duetti, concertati), alcune divertenti, alcune commoventi, tutte irresistibili.


Il trovatore. (Corpo Bandistico Città di Lavagna, 2005) La piazza di Lavagna, pur splendida, poco sembrerebbe prestarsi - per il suo biancore e la varietà di stili architettonici - alla medievale cupezza del capolavoro verdiano. Tuttavia, piuttosto che ignorare tali contrasti e inscatolare nella piazza un allestimento potenzialmente asettico, ho preferito esasperarli: nasce così questo Trovatore "lavagnese" in cui si incontrano - certo anche si scontrano - il bianco della chiesa e del portico, il nero della caratteristica ardesia (di cui gli zingari verdiani diventano qui scavatori) e i colori caldi degli altri elementi dello spettacolo (interamente realizzati sul posto con materiali di recupero); così come convivono i volumi squadrati di uno stilizzato castello e le rotondità delle colonne, degli archi, dei ciottoli levigati da secoli di risacca e, soprattutto, della enigmatica maschera spaccata che accompagna la zingara. Si evidenziano inoltre la perenne oscurità della notte, i riflessi della fiamma, il clangore delle spade, l'aroma del vino, il peso delle catene, la tela grezza e ruvida, il caldo sangue… la materia, insomma, da cui prorompono le passioni travolgenti di cui è pervaso, seppure elegantemente, in modi scultorei, tutto il dramma con la sua immortale musica. Molto si è detto a proposito della scarsa verosimiglianza della trama del Trovatore. Forse troppo, considerato che da difetti del genere non è esente la maggior parte dei libretti d'opera. Ma, se anche fosse, questo non farebbe altro che evidenziare ancor più la genialità di Verdi, il quale, pur partendo dal consueto triangolo sentimentale e pur procedendo per schemi tradizionali (quadri, duetti, cabalette), riesce a ottenere una tinta musicale uniforme, una perfetta pregnanza drammaturgica e un inedito approfondimento psicologico dei protagonisti: Manrico, eroico fino all'ingenuità, identità frammentata nei vari ruoli di cavaliere nero, trovatore girovago, guerriero ribelle, povero zingaro, bambino rapito, nobile ignaro anche a sé stesso; Leonora, da fanciulla candidamente innamorata a martire determinata e consapevole; il Conte, tre volte nemico di Manrico (per questioni sentimentali, politiche e famigliari), titano dell'odio, eppure custode di antichi dolori e capace di insospettabile trasporto amoroso; Azucena, mente sconvolta che è il catalizzatore di tutta la vicenda e il vero elemento di novità della medesima, personaggio a Verdi tanto caro. I quattro, tutti tesi a programmare un futuro di amore (gli uni) e di vendetta (gli altri), si ritrovano invece progressivamente prigionieri del loro passato, che si manifesta in una lunga serie di flashback e agnizioni, per poi sfociare nell'apocalittico finale, l'unico momento in cui i protagonisti si trovano insieme contemporaneamente, per restarne poi annullati: una "frantumazione" dei personaggi che, paradossalmente, coincide con la ricomposizione delle due metà della maschera nell'immagine di una strega lunare, ancestrale dea madre, violata e poi vendicata dal tragico manifestarsi della antica verità di cui è custode.


Don Pasquale. (Accademia del Teatro (Cagli (PU), 2006) Non è cosa nuova spostare l'epoca di ambientazione di un'opera, è anzi prassi consolidata (nel bene e nel male). Credo che Don Pasquale massimamente si presti a questo tipo di operazione, perché attualissima è la problematica dello scontro generazionale, nella quale ho individuato il nucleo portante (e significativo) della vicenda. Propongo dunque un don Pasquale del Duemila, un uomo all'antica, attaccato ai suoi piccoli rituali quotidiani (il caffè, il giornale), che non riesce a comunicare col nipote Ernesto - e non è solo una metafora, in quanto l'insolente ragazzaccio è sempre immerso nella sua musica e nei suoi fumetti. Proprio un mondo da fumetto, fatto di scherzi e giochi, è il mondo di Ernesto, Norina e Malatesta; con la differenza che Ernesto è un idealista privo di risolutezza e portato a drammatizzare, mentre gli altri due sono più pragmatici. La beffa da loro architettata (una beffa "metateatrale", con Malatesta "regista" e Norina "diva") consiste nel far entrare a forza il povero don Pasquale nel mondo giocoso dei giovani. È questo il senso che attribuisco a trovate come i lazzi da Commedia dell'Arte o la concretizzazione delle metafore (meccanismo, questo, basilare nei fumetti): si tratta dell'aggressione del surreale ai danni del troppo concreto don Pasquale. Quest'ultimo si ribella, ma, proprio quando crede di essere prossimo alla rivincita, entra invece a sua volta nella logica del gioco, dello scherzo, del travestimento - cominciando finalmente a parlare la stessa lingua dei giovani, che non mancheranno di restituirgli il rispetto dovuto.


Stress - Il provino. (Compagnia dei Naufragati, 2006) Ho scritto questo testo appositamente per le allieve del primo corso di recitazione che ho tenuto. Un atto unico tra la commedia noir e il teatro dell'assurdo. Quattro donne, quattro attrici all'esordio, partecipano a un provino; ma il ruolo da assegnare è solo uno. Nella stressante attesa del regista, che tarda ad arrivare, l'ambizione e l'ipocrisia scateneranno tra le concorrenti una lotta di strategia psicologica all'ultimo sangue. Una riflessione sull'ossessione della contemporaneità per il "successo" e la conseguente confusione tra ciò che si vuole essere, ciò che si deve essere, ciò che si può essere. (Da qui in poi la mia "Compagnia dei Naufragati" trova il suo assetto stabile e si orienta definitivamente a spettacoli di questo tipo.)


Don Giovanni. (Associazione "Fantasia in RE", 2006) Un'opera immensa, degna di stare accanto alle più grandi creazioni dell'umanità, quali la Divina commedia e la Cappella Sistina; un capolavoro che ci parla, come ogni vera opera d'arte, della nostra condizione di esseri umani. Già ai contemporanei di Mozart apparve chiaro che quest'opera, nonostante gli ossequi alla morale imperante, non è la banale storia di un malfattore che viene castigato. Don Giovanni è colui che, sprezzante di ogni convenzione, va in cerca dell'assoluto e perisce cercando di trascendere i limiti dell'uomo: a lui va la nostra simpatia e, se pure viene sconfitto, noi percepiamo che la sua sconfitta vale più della vittoria degli altri personaggi, che si sentivano vivi solo grazie a lui e che, senza di lui, condurranno un'esistenza mediocre e frustrata. Tali implicazioni sono una vera tentazione per il regista, il quale trova anche estrema libertà d'azione nell'atmosfera indefinita che avvolge tutta l'opera (interventi su titoli dalla scansione spaziotemporale più solida, come La traviata e Tosca, sono evidentemente più pericolosi). Però si corre anche il rischio di esagerare e, pur considerando diritto e dovere del regista il proporre una propria interpretazione, non voglio che la mia lettura diventi una riscrittura. Cerco sempre di far sì che i miei spettacoli offrano più livelli: lo spettatore non esperto d'opera deve poter capire ciò che vede, il melomane deve ricevere nuovi stimoli (e, se crede, non condividerli). Propongo quindi uno spettacolo dall'impostazione tradizionale ma non meramente illustrativa. L'impianto scenografico fisso, con pochi elementi che connotano i vari quadri, è settecentesco all'apparenza, ma non decorativo: diventa uno spazio neutro in cui vorrei far risaltare la rete di inganni reciproci tra i vari personaggi, attraverso una mia cura particolare della loro disposizione sulla scena e della gestualità (a tratti volutamente statuaria). È insomma un gioco teatrale col sapore della Commedia dell'Arte, dalla quale prelevo anche un altro elemento importante dello spettacolo: la maschera. Già richiesta dal libretto, la utilizzo ampiamente perché simboleggia a perfezione la messa in discussione dell'identità propria e altrui (ogni personaggio della vicenda almeno una volta si finge qualcun altro o viene scambiato per qualcun altro) che credo sia la vera perturbante chiave di questa sublime opera.


Norma. (Teatro delle Erbe (Milano), 2007) Anche se quella di "Norma" è una Gallia di maniera (ai tempi di Bellini era presto perché un operista si interessasse in profondità all'ambientazione e alle sue eventuali valenze simboliche) ho pensato, nel concepire questo allestimento, di dare risalto proprio a tale aspetto. La guerra tra Galli e Romani si configura come lo scontro tra due culture: la prima tribale, a stretto contatto con la natura e pervasa da un potente senso del sacro; l'altra, imperiale, del tutto resa "inautentica" dall'ipertrofia tecnologica e burocratica. Pur facendo parte dei vincitori, dunque, Pollione è affascinato dal sapere ancestrale degli sconfitti (come avvenne a tutti i romani): così sperimenta dapprima un amore trasgressivo nell'unione, che oggi diremmo "multietnica", con Norma; poi (quando questo comincia ad apparirgli isterilito) cerca di rivivere la stessa trasgressione con la giovane Adalgisa; passa quindi attraverso gesti di vigliaccheria e opportunismo; ritrova infine nella sua sposa il grande mistero dell'unione del tutto. - Un tormento simile patisce Norma. È sacerdotessa votata alla castità, eppure si unisce al nemico spinta da un autentico desiderio di pace, celebrando così delle vere e proprie "nozze sacre", e lo stesso fa allorché scioglie Adalgisa dai voti: segni del fatto che ella considera la sostanza e non la forma delle leggi. Contaminata dalla volubilità di Pollione, però, sperimenta la seduzione dell'egoismo e della violenza, sfoga la propria furia sullo sposo, sulla rivale, sui figli (in una scena tuttora agghiacciante), rischia di scatenare una nuova guerra. Ma alla fine sa riscattare sé stessa, con un gesto di sublime generosità che fa ravvedere lo stesso Pollione. - I Galli, invece, pur partendo da una esistenza autentica e naturale, dimenticano sé stessi e finiscono per assomigliare proprio ai loro nemici: essi pregano un dio maschile e violento (non certo la celebre casta diva), non sanno più vedere dentro la forma esteriore della legge e del rito, coltivano la violenza vendicativa invece del riscatto patriottico. Qualcosa, forse, imparano Oroveso, costretto ad un umanissimo gesto di pietà, e Adalgisa, che compete con Norma in slanci d'altruismo. - Ho dunque calato la vicenda in una ambientazione che enfatizza l'elemento naturale: tinte notturne, acquatiche, lunari, che rischiarano una vegetazione dalla quale i Galli poco si differenziano, almeno all'inizio. Per l'abitazione di Norma, invece, ho fatto riferimento all'immagine della caverna, archetipo della maternità, ribollente crogiolo in cui dominano i colori caldi del focolare sacro e delle sanguigne passioni che animano questa grande opera.


Gianni Schicchi. (Teatro delle Erbe (Milano), 2007) È noto che Gianni Schicchi trae argomento da alcuni versi dell'Inferno di Dante: pochi (e non memorabili come quelli su Francesca o Ulisse), eppure bastanti perché Puccini ne facesse quello che è forse il capolavoro buffo del Novecento. Gianni è discendente di Figaro: rappresentante della "gente nova" (oggi diremmo self made man), non concepisce mai un'astuzia senza un tocco di ironia. Puccini ne nobilita le imprese, in quanto realizzate a favore di due giovani innamorati e a scapito di una famiglia di ipocriti egoisti. Ho dunque pensato, per questo allestimento, di proseguire sulla strada della "riabilitazione" di Gianni, identificando senza mezzi termini i perfidi Donati con i sette peccati capitali (avarizia, superbia, goloseria, pigrizia, invidia, iracondia, lussuria: anche in accordo con la fonte dantesca) e collocando l'ambientazione in un tempo irreale che renda universale questo spietato ma divertito ritratto della meschinità umana: se pure all'Inferno ci finisce proprio lui, "con licenza del gran padre Dante" noi continuiamo ad amare proprio Gianni Schicchi.


La scala di seta. (Teatro delle (Milano), 2007) L'abbinamento de La scala di seta col Gianni Schicchi permette quasi di cogliere in un colpo solo l'intero percorso dell'opera buffa italiana, andando a ritroso dal maturo capolavoro di Puccini all'acerbo esperimento di Rossini, consacratore del genere. Certo, La scala di seta non è un capolavoro, ma solo in confronto a ciò che Rossini comporrà poi. A ben guardare, invece, questa farsa già presenta elementi caratteristici e innovativi: la finezza nel trattare le sfumature del sentimento e la famosa "follia organizzata" che esplode quando gli equivoci giungono a un punto senza ritorno, anticipando quasi il "teatro dell'assurdo" (finanche nella decostruzione linguistica). - Anche per questo allestimento ho dunque scelto una ambientazione semplice e astratta ma universale, come universali sono le situazioni mostrate, con l'elemento dell'eponima "scala di seta" a visualizzare il complesso intreccio delle relazioni tra i personaggi; intreccio che si risolve sì nel migliore dei modi, ma lasciando il dubbio che i rapporti umani siano ineluttabilmente destinati alla confusione e all'incomprensione.


Trash - Siamo tutti spazzatura. (Compagnia dei Naufragati, 2008) Un arrogante artista è diventato famoso realizzando sculture fatte di... spazzatura. Le donne che lo circondano (una moglie perbenista, una figlia disabile, una cognata snob, una suocera alcolizzata e una mondana giornalista) intrecciano equivoci e inganni, che culmineranno nella sua misteriosa morte. Una commedia nera che indaga sull'immondizia che abbiamo fuori e dentro di noi, da me scritta appositamente per i talenti della confermata (e ingrandita) "Compagnia dei Naufragati".


Savitri. (Teatro "Guardassoni" (Bologna), 2008) Oltre il velo di Maya. Savitri non è solo una donna che riesce a resuscitare l'uomo amato, è sopratutto un'anima che, attraverso l'esperienza del dolore, raggiunge l'Illuminazione: comprende che, se la vita è Maya ("Illusione"), allora lo è anche la Morte. Allorché Savitri impara a danzare al perpetuo ritmo di creazione e distruzione dell'universo, arriva a dominarne le forze - perché è in armonia con esse. Tale il senso ultimo di quest'opera con cui Holst raggiunge, oltre a mirabili esiti poetici e musicali, una penetrazione profonda della filosofia induista; tale l'aspetto che ho voluto metterne in risalto, in un gioco teatrale dichiarato che si ispira, rielaborandola, all'iconografia induista, con particolare attenzione ai "mudra", i gesti delle mani ognuno dei quali ha un preciso significato che forse il pubblico occidentale contemporaneo non saprà interpretare ma da cui riceverà sicure suggestioni.


Smog - Aria buona. (Compagnia dei Naufragati, 2009) Alla pensione "Aria buona", gestita da un'autoritaria taumaturga votata alla liberazione dell'umanità dalle fantasticherie, si incontrano due signore appassionate di polizieschi, due coniugi amanti di horror, un uomo fanatico di fantascienza e una cameriera che vive di favole. La tensione, dovuta alla misteriosa scomparsa di un artigiano del posto e all'inspiegabile smog che si addensa attorno alla pensione, porta fatalmente a scontrarsi le diverse interpretazioni della realtà proprie di ognuno, con esiti violenti e paradossali. Dopo Stress (2007) e Trash (2008), la "Compagnia dei Naufragati" prosegue il suo percorso sulle parole chiave della contemporaneità, presentando una nuova commedia nera in cui il mistero, l'assurdo, il grottesco si fondono per smascherare le nostre ipocrisie quotidiane.


Raccontando "La traviata". (Associazione "Mo-Mus", 2009) Una Traviata concepita dal direttore d'orchestra Stefano Seghedoni perché la ormai collaudata formula della "riduzione" non sia "riduttiva" bensì un arricchimento. Ecco allora che le pregevoli interpretazioni dell'ensemble cameristico e dei tre cantanti solisti vengono inframezzate dagli interventi di una voce narrante, per la quale sono stato onorato di poter scrivere il testo. E, piuttosto che limitarmi alla banale esposizione della trama, ho avuto l'idea - che credo sia stata vincente - di rielaborare alcune pagine de La signora delle camelie di Dumas figlio (tutti conosciamo La traviata, ma quanti di noi ricordano il romanzo da cui fu tratta?) e di quel capolavoro che è Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, in modo da gettare una luce crudele e tenera sulle finzioni d'amore di Violetta e Alfredo, che sono le stesse piccole maschere che noi stessi - volontariamente o meno, consapevolmente o meno - ci creiamo nella quotidianità dei sentimenti.


Cenerentola. (Associazione "Fantasia in RE", 2010) Mi sento molto in sintonia con Rossini, che in quest'opera - oltre all'immancabile satira sociale, terreno di elezione dell'opera buffa - riesce a scendere come pochi altri nell'animo umano: si pensi al modo in cui sa immortalare il colpo di fulmine tra Cenerentola e il Principe, o quello in cui getta uno sguardo metanarrativo su tutto lo spettacolo grazie all'ironia di Dandini; oltre naturalmente a quelle che sono le chiavi di volta della drammaturgia musicale rossiniana: quei pezzi d'assieme in cui i personaggi, campionario esemplare d'umanità, sono letteralmente travolti dalla catena degli eventi da loro stessi messi in moto e... perdono completamente il senno. Rossini è autenticamente il precursore delle attuali tecniche del teatro dell'assurdo. Il libretto, poi - evento raro nella lirica - è uno scrigno di invenzioni linguistiche e giochi di parole (oltre al "Nodo rintrecciato" voglio menzionare almeno lo spassosissimo "Addio, cervello!" di Don Magnifico). Per quanto riguarda la regia, come sempre con Rossini, ho lavorato sul fronte delle gag (grazie all'insegnamento della comicità dei manga) e della "coreografia", intesa come ricerca di movimenti che permettano al pubblico di cogliere visivamente oltre che acusticamente il complesso intreccio contrappuntistico delle voci messo in campo da Rossini (e questo invece grazie all'insegnamento di Jean Pierre Ponnelle). Per Cenerentola, in più mi sono inventato una serie di riferimenti extratestuali a Miseria e nobiltà: l'entrata di Dandini come quella di Totò travestito da Principe, il finale primo realizzato come la "tarantella con spaghetti", il duetto dei buffi che richiama la scena della dettatura della lettera e così via... C'è anche un motivo autobiografico in tutto questo: con Cenerentola, che è uno dei titoli che prediligo, festeggio nel 2010 gli esatti vent'anni da quando sedicenne misi per la prima volta piede su un palcoscenico: e facevo il "cuoco" (parte muta della durata di pochi secondi!) proprio in una produzione liceale di Miseria e nobiltà...


Scene dal Risorgimento: L'amante di Gramigna - La santa di Arra. (Accademia musicale "Vivaldi" (Carpenedolo (BS)), 2010) Un piccolo gruppo di cantattori e musicisti, in uno spazio scenico ristretto connotato da pochi elementi simbolici, fa rivivere le suggestioni delle pagine di due grandi della letteratura italiana di fine Ottocento: Giovanni Verga e Ippolito Nievo. Autori lontani geograficamente e culturalmente, eppure accomunati dall'intento di rappresentare la provincia italiana della loro epoca: stupisce – ma non troppo – trovare imprevedibili giochi di corrispondenze tra realtà così diverse, quella siciliana e quella friulana, segno ulteriore di una allora nascente unità nazionale. Realtà contadine difficili, spesso enigmatiche, che il paroliere-regista Pierluigi Cassano e il compositore Massimo Malavasi raccontano, sulla scia di Verga e Nievo, ispirandosi alla cultura popolare, senza pretese filologiche bensì intenti a creare qualcosa di nuovo che sia anche fortemente radicato nelle tradizioni di un'Italia che si sta purtroppo perdendo e che invece si dovrebbe riscoprire, per poter trovare nel passato le ragioni del presente e anche le speranze del futuro.


Look - Sogno di una notte di metà estate. (Compagnia dei Naufragati, 2010) In un atelier d'alta moda fervono i preparativi della sfilata di metà estate. Ma – tra modelli, fotografi, giornalisti e celebrità varie – si aggirano i Vampiri, eternamente belli eppure anche loro, come gli umani, alla ricerca del senso della vita… Dopo Stress (2007), Trash (2008), Smog (2009) – la Compagnia dei Naufragati, arricchita di nuovi talenti e delle affascinanti musiche di Massimo Malavasi, prosegue il suo percorso sulle parole chiave della contemporaneità con Look, rilettura – attuale, musicale, gotica – del Sogno di una notte di metà estate. Venti cantattori impegnati in un musical shakespeariano ricco di risate, sangue, colpi di scena e interrogativi sul culto dell'apparenza che caratterizza la nostra società facendoci dimenticare le domande fondamentali dell’esistenza, domande a cui ogni personaggio – e speriamo anche ogni spettatore – alla fine darà la propria risposta.


Show - Tutta la verità su Edipo. (Compagnia dei Naufragati, 2011) Tragicommedia ispirata a Edipo re di Sofocle e La morte della Pizia di Friedrich Durrenmatt. Prima parte: antica Grecia. Una tremenda pestilenza infuria sulla città di Tebe. Il re Edipo, già risolutore dell’enigma della Sfinge, si impegna a scoprire il perché di tale misterioso castigo divino. E trova una orribile verità... Seconda parte: giorni nostri. Edipo, ormai derelitto, riceve le visite dei fantasmi del proprio passato, ognuno dei quali ha da raccontare una differente versione dei fatti. E stavolta si scopre che la verità non è mai una sola.


Nuovo arsenico e vecchie riforme. (Compagnia "Ultima fermata", 2012) È pericoloso insegnare all'Istituto Tecnico "Zitti": infatti i professori, specialmente i precari, spariscono misteriosamente uno ad uno... Il giovane Maury scopre che responsabili di tutto sono sua zia Teresa, impiegata di segreteria, e il folle preside Garibaldi: i due avvelenano i docenti per aiutarli a "trovare la pace" in un sistema scolastico che ormai va alla deriva. Maury cerca di decidere sul da farsi; ma non è facile, perché nel mentre deve vedersela pure con la simulazione della Maturità, l'isterica fidanzatina, un amico sballato, una tirannica vicepreside, un mostruoso ispettore inviato dal Ministero per applicare la Riforma e... una terribile colite! Con questa commedia poliziesco-scolastica, ispiratami dall'indimenticabile Arsenico e vecchi merletti, ritorno all'I.T.I. "Fermi", dove ho l'onore di dare un seguito all'opera trentennale dei professori Milena Nicolini e Ivan Andreoli, e provare la gioia di lavorare con tanti giovani talenti.


Il club degli sfigati. (Compagnia "Ultima fermata", 2013) A squola, 1 squola cm tante, squola doggi cn tanti ggiovani doggi, ke ce 1 profa terrorista ke mica ke nn cià capito gnente d ggiovani doggi, ke xo ce li mette a punizzione ke li fa venire a squola propio pure d domenica… Cioè nzomma sta domenica a squola diventa cm 1 spece di realitisciò… xke c sta il solito fighetto il solito secchione la solita gossip i soliti truzzi… E ki cia probblemi d cuore <3 ki guai a casa e ki nn sa ke vuole fa da grande (e ki si sente già grande) ki va in chiesa e ki nn c va… e ki vota e ki nn vota… e ki chatta e ki cià la band… e vabbè allora qsti sincontrano si scontrano un po’ si odiano ma xò alla fine simparano a volercisi bn… E cmq la vita è un casino, e somiglia a un panino……… XD XD XD !!!1!!11!!! … MELANZANA! … LOL! ……… <3


Rocky Horror Show. (Compagnia delle Mo.Re., 2013) Il Rocky, capolavoro di Richard O'Brien (o come si scrive), nasce in teatro nel '73 e diventa "picture" nel '75 (se le date sono sbagliate, prendetevela con Wikipedia). Pur volgare e offensivo (e diciamo pure: sconclusionato), grazie alla sua carica trasgressiva continua tuttora ad attirare generazioni di spettatori in vortici di lussuria e fanatismo. All'epoca scandalizzò più per il travestitismo e il sesso extraconiugale che per l'omicidio e il cannibalismo (eppure, in teoria, sarebbero più gravi, no?), e ciò la dice lunga. Ma il Rocky non è uno show sull'ambiguità sessuale e sul libero amore, bensì un inno alla diversità che sa ribellarsi ai condizionamenti sociali. Perciò siamo convinti che Frank 'n' Further sia un supereroe proprio come Orfeo, Ulisse, Faust, Don Giovanni, Don Chisciotte, Amleto, Peter Pan, Frankenstein e Dracula (soprattutto gli ultimi due; ma con più classe di tutti loro). Speriamo che l'incontro con lui vi distrugga: per il vostro bene. Ma perché in italiano? Non siamo fautori della traduzione indiscriminata dei musical. Quelli interamente cantati, per esempio, li preferiamo in lingua originale; così come quelli noti e arcinoti. Ma non il Rocky, in cui il parlato è importante quanto le canzoni, e però pieno zeppo, come tutto lo show, di riferimenti alla cultura pop degli anni '50 (spesso incomprensibili persino agli americani di oggi, figuriamoci a noi altri). Perciò abbiamo optato per un adattamento, che non si limita a una traduzione ma consiste in una vera e propria riscrittura attualizzata. Un esempio: sostituire Fay Wray (noi sappiamo chi è, ma voi?) con Mina. Siamo consapevoli di aver parzialmente tradito O'Brien (che ci maledirà in qualche sanguinolento dialetto extraterrestre) e offeso i suoi più agguerriti fan (che ci hanno già maledetto in brianzolo, non meno sanguinolento); ma crediamo di essere stati fedeli allo spirito, se non alla lettera, dell'originale; che ha comunque una consolidata tradizione da "opera aperta". Speriamo con umiltà (si fa per dire) di sorprendere piacevolmente chi già conosce a memoria lo show, ma soprattutto di coinvolgere più facilmente chi invece lo scopre per la prima volta; e che, magari, poi andrà a cercarsi quello vero (che comunque è meglio).


Invito a cena col morto. (Compagnia "Ultima fermata", 2014) "Mettiamo per ipotesi… Sei nel 1909, in Austria, seduto all’osteria con un giovanotto di nome Adolf. Lui non ha fatto niente di male, non va in giro ad ammazzare la gente e non ha ancora scatenato una guerra mondiale… Cosa fai? Non gli avveleni la birra?" … Sei giovanotti di belle speranze decidono di rendere il mondo un posto migliore scegliendo persone che non la pensano come loro e… invitandole a cena!


Messer Filippo. (Associazione "Mutinaeventi", 2014) Mi è stata affidata, e ne sono stato onorato, la responsabilità di curare la messa in scena della prima assoluta di questo musical scritto da Beppe Cavani e ispirato da una leggenda di Spilamberto (MO), a sua volta basta su un fatto vero: la scoperta (ai primi del Novecento) di una cella cinquecentesca sulle cui pareti il condannato a morte Filippo, nell'attesa del supplizio, disegnò la propria tragica storia.


La sonata a Kreutzer. (Compagnia "Gli Artesi", 2014) Monologo di Graziano Arletti. Durante una gelida notte russa di fine Ottocento, mentre i viaggiatori di un treno chiacchierano a vuoto sulla natura dell'amore e del matrimonio, uno sconosciuto si intromette per raccontare di come ha ucciso la propria moglie e per formulare un violento atto d'accusa contro le convenzioni sociali che lo hanno reso un assassino. Nonostante molte delle istanze di Tolstoj appaiano oggi superate, la vicenda resta attualissima grazie alla profondità dell'introspezione psicologica e dell'analisi dei condizionamenti sociali, affidati non a una voce giudicante dall'alto bensì al tormentato ma lucido protagonista, in modo da rendere impossibile una netta separazione della ragione dal torto. Il tutto sulle inquietanti note della "Sonata a Kreutzer" di Beethoven che ispirarono a Tolstoj questo piccolo capolavoro.


Rigoletto. (ERT Emilia Romagna Teatri, 2014) Quando ho accettato di curare la messa in scena di questo Rigoletto, ero consapevole della duplice sfida: contribuire a provare che si può produrre l'opera lirica nella "provincia", senza i numeri dei grandi teatri ma con non meno passione e, sperabilmente, non meno professionalità; e presentare al pubblico un Verdi non stravolto da arbitrii registici ma nemmeno appiattito in una prevedibile routine. Quando si pensa a Rigoletto si tende a sottovalutarlo; come se, proprio in virtù della sua popolarità, ci avesse già detto tutto. Invece fu, ed è tuttora, opera sorprendente e sconvolgente. Basti pensare a un brano come La donna è mobile: lo squillo tenorile, il ritmo trascinante, l’accattivante melodia, i frivoli versi, tutto invita alla spensieratezza; ed è, invece, se inserita nel contesto dell’opera, una delle invenzioni più drammatiche e inquietanti di tutta la storia del melodramma. Rigoletto ci trasporta, in effetti, in un mondo di contrasti e paradossi. Alterna lo splendore della corte allo squallore suburbano. Ci mostra assassini col senso dell'onore, prostitute dal cuore tenero, libertini che vacillano, educande che scoprono la vita e ne restano annientate. Su tutti il buffone eponimo: non sappiamo se disprezzarlo o ammirarlo, se condannarlo o giustificarlo… Sfugge a ogni classificazione morale, perché è un essere umano vero, con la sua complessità e le sue contraddizioni. Prima di Verdi, forse, nessun altro compositore era sceso tanto a fondo nell'animo umano. Ho dunque puntato a una regia tradizionale ma, spero, non meramente illustrativa. Artemio Cabassi ha ideato, oltre ai fastosi costumi, una scena a impianto fisso semplice ma elegante, che dialoga con l'iconografia rinascimentale grazie all'uso, con discrezione, di fondali proiettati. Con gli interpreti ho cercato di ripartire da una tabula rasa e restituire quante più sfumature possibili ai personaggi verdiani. Il coro "Gazzotti" ha profuso un impegno superiore a quello normalmente richiesto in simili contesti, coronando quella valorizzazione delle risorse locali che è l'orgoglio di questa produzione. Ho particolarmente cercato di evidenziare archetipi e parallelismi, inganni ed equivoci, in un gioco di specchi che parte dall'attitudine di Rigoletto, in quanto buffone, a imitare e deformare la realtà e finisce per rimandare all'ultimo riflesso: quello, nella finzione teatrale, di noi stessi.


Gli acchiappamostri. (Compagnia "Ultima fermata", 2015) Un incredibile sconvolgimento attende le vite di Edgar e Allan, due giovani disoccupati. Costretti a inventarsi un mestiere e trovandosi davanti a un fenomeno paranormale, decideranno di diventare… acchiappamostri! Insieme alla loro "esuberante" assistente Cordelia, dovranno quindi vedersela con fantasmi, mummie, streghe, licantropi, vampiri, zombie, demoni e soprattutto con la misteriosa famiglia Melliflua, che abita il vicino castello e che sta preparando qualcosa di sensazionale per la notte di Halloween! Nel trentesimo anniversario di Ghostbusters (Acchiappafantasmi) e nel sessantesimo della Famiglia Addams, abbiamo deciso di festeggiare loro e tutti i maestri dell’orrore e del brivido, da E. A. Poe a Tim Burton, con uno spettacolo che vi farà morire… dal ridere!


Carmen. (Associazione "Fantasia in RE", 2016) Opera dalla genesi tormentata, soggetta a numerosi rimaneggiamenti (anche postumi), al suo apparire risultò doppiamente scandalosa: per l'immoralità del contenuto e per l'incomprensibilità del linguaggio musicale (almeno secondo i canoni francesi di allora). In seguito arrivarono anche gli elogi, ma accompagnati da strumentalizzazioni nell'ambito del dibattito sulla drammaturgia operistica, all'epoca particolarmente acceso a causa delle istanze wagneriane. Il tutto, s'intende, malgrado l'autore; che morì, affranto, pochi mesi dopo la prima, senza sapere che la sua creatura infine sarebbe diventata uno dei titoli più rappresentati al mondo, canticchiata persino da chi con la lirica ha poca familiarità. Non solo alle immortali melodie, e nemmeno alla passionalità della vicenda, però, è dovuto il successo odierno di quest'opera. Esso dipende pure da un fascino sottile, nascosto sotto la linearità della trama e la solarità dell'ambientazione: il fascino della protagonista, travolgente eppure indecifrabile. Se infatti è vero che Carmen è tutta slancio vitale e desiderio di libertà, è anche vero che di questo suo carattere sono state date le più varie letture, a volte addirittura opposte: Carmen come exemplum di immoralità punita; ma anche come antesignana del femminismo che va incontro a una morte eroica; oppure Carmen ribelle senza causa, essenzialmente egoista e dunque non portatrice di ideologie se non di trasgressione fine a sé stessa; o ancora Carmen povero relitto umano inconsapevolmente travolto dalla marea del destino… La stessa vocalità del personaggio sfugge alle classificazioni più semplicistiche ed è perennemente al centro di accanite polemiche. Insomma, il vero nodo drammatico della Carmen è proprio Carmen stessa. La mia regia, pur rigorosamente tradizionale, cerca di restituire tale fascino potente ma ambiguo della protagonista, in conflitto con una società mediterranea calorosa ma anche terribilmente chiusa. Ecco dunque la folla di personaggi buontemponi ma anche volubili, indolenti, meschini, ipocriti, sempre pronti al brindisi e alla danza così come al pettegolezzo e al pregiudizio. Ecco infine una particolare attenzione alla materia viva di cui questo mondo si nutre: il cibo speziato, il tabacco delle sigaraie, la tela grezza, il legname, la sabbia dell’arena, il sudore e non ultimo il sangue.


Moby Dick. (Compagnia "Ultima fermata", 2016) Da quasi duecento anni l’umanità si interroga su Moby Dick. Il gigantesco e invincibile capodoglio è un animale come gli altri? è indifferente a tutto se non alla propria sopravvivenza? si accanisce di proposito contro i balenieri del Pequod? è una creatura diabolica? è stato inviato dal Signore a punire l'umanità? è un simbolo del Destino? … E il capitano Achab, col suo odio ossessivo per Moby Dick, è un pazzo o un santo? … Non lo sapremo mai. Quel che è certo è che sul Pequod è imbarcato ognuno di noi. Insieme al desiderio d'avventura di Ismaele, agli ideali di Starbuck, alla filosofia di Stubb e Flask, alla genuinità di Queequeg, al mistero di Fedallah, alla follia di Pip… Dopo tutto questo tempo, Moby Dick non ha ancora smesso, come tutti i grandi classici, di parlarci di noi stessi, del nostro rapporto con la natura, dell'esaurimento delle risorse energetiche, della spietatezza dell'economia, dell'oscurantismo della superstizione, della discriminazione dei diversi, delle responsabilità del comando e di tutte le eterne domande sul senso della vita umana.


C'era una volta. (Compagnia "Ultima fermata", 2017) Cenerentola vorrebbe andare al ballo, e si reca nel bosco per pregare sulla tomba di sua madre. Cappuccetto Rosso viene mandata nel bosco a trovare la nonna. Jack è costretto ad attraversare il bosco per vendere la sua amata mucca Bianchina. La bionda Raperonzolo nel bosco è tenuta prigioniera, e vorrebbe tanto potersene andare. Il fornaio e sua moglie vorrebbero avere un figlio, ma non possono senza prima aver spezzato la maledizione della Strega della Porta Accanto. Per riuscirci hanno bisogno di quattro cose: una mucca bianca come il latte, un cappuccio rosso come il sangue, dei capelli biondi come il grano e una scarpetta di cristallo. E così, ecco anche loro dirigersi verso il bosco… Ispirato al capolavoro di Stephen Sondheim Into the woods, tutto ambientato in un bosco, metafora delle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare nella vita, uno spettacolo musicale per grandi che vogliono tornare piccini e piccini che stanno diventando grandi.


 

 

 

 

Torna alla home page


by $teve