LIBRO DI BORDO: LE MIE NOTE DI REGIA

 

            L'oscuro. (Compagnia "Il Nodo", 1997)  Il mio incontro con Milena Nicolini. Lo scoprire, grazie a lei, il teatro, che fino ad allora avevo praticato senza una vera consapevolezza. Fiducia di Milena nelle mie qualità d'attore: il mio primo ruolo da protagonista, dare vita a un personaggio speciale: Rho. Potrei spiegarlo come un incrocio tra Amleto, Dracula, Paul Atreides e James Dean - ma non credo vada spiegato. Intanto perché Rho è veramente esistito - e su questo non aggiungo altro, per rispetto alla persona. Poi: perché Rho va oltre ogni definizione, un uomo che cerca di superare i limiti dell'uomo e, proprio in questi limiti, capisce il senso dell'essere "uomo". Lo stesso per me che lo interpretai: l'attore, diventando altro da sé, conosce sé stesso.


            Streghe. (Compagnia "Il Nodo", 1998)  Un testo difficile, scritto da Milena Nicolini con l'intento di far riaffiorare alla nostra coscienza antiche conoscenze che abbiamo dis-imparato nell'Occidente moderno. Il ciclo dell'esistenza, il rapporto tra l'uomo e la natura, il pregiudizio che incontra chi diffonde queste semplici verità primordiali. Come alcune indimenticabili figure femminili: le baccanti dell'antica Grecia, le streghe del Medio Evo, le guaritrici contadine della modernità. Per me: come persona, la (ri)scoperta di un mondo che non ho più lasciato; come regista, il primo autentico lavoro su uno spettacolo che fondesse parole, musica, immagini; come attore, identificarmi con Dioniso, dio del teatro e della follia.


            Vittoria. (Compagnia "Il Nodo", 1999) Milena Nicolini ha saputo trarre dal romanzo di Conrad un testo teatrale veramente solido, che credo di aver valorizzato a mia volta con accurate scelte musicali (brani di musica tradizionale giavanese, due canzoni da opere di Brecht eseguite dal vivo e il Valzer Triste di Sibelius, struggente leitmotiv). Per noi e per il pubblico è stato un autentico godimento confrontarci con una avventura esotica ai limiti del poliziesco, che proponeva inquietanti interrogativi sul ruolo dell'uomo contemporaneo al volgere del secolo. All'affollato primo atto, ambientato in un albergo pieno di numerosi caratteristici personaggi, si contrapponeva un secondo, ambientato su un'isola deserta, nel quale i cinque protagonisti si ingannavano a vicenda ingaggiando una lotta all'ultimo sangue che tuttavia terminava decretando, pur tragicamente, la "vittoria" dell'amore.


            Liberamente tratto. (Compagnia "Il Nodo", 2000) La mia prima commedia, spregiudicata nella contaminazione di materiali teatrali (Rumori fuori scena per il primo), goffa nelle lungaggini, scatenata nella realizzazione: un atto d'amore per il teatro e di ironia verso me stesso, che causò attacchi di irrefrenabile ilarità al pubblico, ma anche in noi del cast... Ancora oggi, con gli interpreti di quel testo, nel bel mezzo di un discorso, capita di ripeterne interi dialoghi, ridendo come matti. (Quasi dieci anni dopo, il mio vecchio copione fu ripreso dai giovanissimi attori del "Fermi": complimenti e... grazie!)


            Ballando sul tetto. (Compagnia "Il Nodo", 2001) Uno degli spettacoli piu' complessi e tuttora migliori che abbia mai realizzato. La fonte: Il violinista sul tetto, indimenticabile ma poco noto musical sulla sorte degli ebrei nella Russia dei primi del secolo - capolavoro di sentimenti, riflessioni, umorismo, folklore. Un testo che vive di conflitti: tra culture, tra religioni, tra politiche, tra classi, tra generazioni, tra scelte: contrasti universalmente validi, che hanno tutto da insegnare. Riscritta l'intera sceneggiatura, tradotte in italiano le canzoni, coinvolte oltre cinquanta persone tra attori, cantanti, musicisti, tecnici. Vado particolarmente orgoglioso dell'ideazione scenica, economica e semplice, ma potente, con alcune trovate che risultarono molto suggestive. Orgoglioso, soprattutto, della commozione suscitata in tutto il pubblico e, in particolare, nella comunità ebraica locale, fin troppo generosa di complimenti. (E fu l'inizio della mia avventura col musical.)


            Deconstructing Hamlet.(Compagnia "Il Nodo", 2002) A mio parere, il capolavoro drammaturgico di Milena Nicolini: riscrivere Amleto senza modificare le battute, semplicemente modificandone l'ordine e moltiplicando i personaggi. La lettura del testo mi suggeri' l'immagine di una partita a scacchi (due re, due regine, castelli, cavalieri, il coro delle pedine...), che diventarono tridimensionali: una decina di cubi di legno bicolori che in ogni scena venivano disposti diversamente, come pure i personaggi, a loro volta bicolori. Un Amleto astratto, simbolico, eppure vibrante nelle emozioni ed esplicito nei significati. Che ebbe una incarnazione ancora più sorprendente quando lo riprendemmo mettendolo in scena in versione "a itinerario", in una antica villa della campagna emiliana, con il pubblico libero di muoversi nelle varie sale e gli attori a diretto contatto col pubblico stesso.


             DAMS: ultima frontiera. (RAI RADIO TRE, 2001) L'orgoglio: di essere selezionato tra gli studenti del DAMS che lo avrebbero rappresentato in occasione del ventennale; di lavorare con RAI RADIO TRE (compagna fedele di tutte le mie giornate); di ricevere apprezzamenti per la qualità del mio lavoro da professionisti stimatissimi; di scrivere, interpretare e sentir mettere in onda le mie creazioni (specie la drammatizzazione di alcune memorabili sequenze tratte da fumetti di Andrea Pazienza, che è uno dei miei miti personali, a maggior ragione in quanto mio conterraneo - cresciuto al sole e al mare del Gargano - e poi studente nel mio stesso amato DAMS)... Non saprei che altro aggiungere.


            Le nozze di Figaro. (Associazione "Fantasia in RE", 2002) La prima di una lunga serie di regie per "Fantasia in RE", senza cui non avrei mai fatto il salto al professionismo. Debuttare come regista di opera lirica, per di più in una città dalle secolari tradizioni culturali come la svizzera Basilea. Allestire noi italiani in un teatro tedesco un'opera scritta in italiano da un compositore tedesco per un pubblico italiano di adozione tedesca - una esperienza sconcertante. Nessun altro se non Mozart avrebbe potuto trasformare una banale farsa erotica in una magica meditazione sui rapporti umani. Ho lavorato per chiarire le intricate relazioni tra i numerosi personaggi e valorizzare tutti gli spunti di comicità che mi offriva il testo, ma spero anche di essere riuscito a rendere quell'incanto sottile, quello stupore - quasi mistico - davanti all'apparire del mistero dell'amore.


            La traviata. (Associazione "Fantasia in RE", 2002) Se ci penso su due piedi mi dico: "Basta traviate! Non se ne può più!" Eppure, se dopo mi ci soffermo, finisco per ricordare a me stesso che è un'opera perfetta. Anzi, la regina delle opere, quanto a qualità e quanto a popolarità. Violetta è un personaggio di levatura a dir poco shakespeariana e - lei sola - basta a rendere sublime questa storia. Tuttavia, trovo che anche gli altri elementi siano perfettamente dosati: i personaggi, le situazioni, gli equivoci, i colpi di scena, l'architettura drammatica, i momenti di colore, quelli di comicità e, soprattutto, naturalmente, la musica; e chi ride dei valzerini verdiani non ha idea di cosa sia una drammaturgia musicale. Wagner (che pure amo più di ogni altro) e lo stesso Verdi maturo, non sono superiori, ma solo diversi. Quanto alla regia, proporre una Traviata che esca dal realismo è operazione rischiosa, viste le radicate aspettative che il pubblico inevitabilmente ha nei confronti di un tale titolo. Non so cosa ne farò un domani, ma per adesso è stato già bello lavorare sulla struttura dei dialoghi e sulla pulizia delle immagini.


             La bohème. (Associazione "Fantasia in RE", 2002) Un'opera che non amo molto, lo confesso. Ancor meno facile uscire dal realismo: è già tutto scritto nella partitura, partitura come poche altre "parlante". Tuttavia... tuttavia ci sono momenti di tale commozione, da fare presa anche su di me: così è Puccini, genuinamente toccante. E poi e poi... e poi i giochi di parole, la tenerezza infantile, i goliardi squattrinati, la luna e la neve, i giocattoli e la cuffietta... Questo titolo non sarà mai la mia prima scelta, ma prima o poi mi piacerebbe tornare a ragionarci. Per adesso: realizzato lavoro di pulizia - e una idea che credo suggestiva: tante fiammelle di povere candele, dappertutto nella soffitta, candele che gradualmente si spengono nel primo atto e poi si riaccendono, una per volta, nell'ultimo.


             Tosca. (Associazione "Fantasia in RE", 2003) Un'opera per me crudele. Senza alternative di felicità per i personaggi. Questo tragico finale non lascia spazio a consolazioni; niente catarsi, come invece per Violetta o Mimì. È la pura, assurda morte per violenza. Morte dell'amore, morte dell'arte, morte degli ideali... morte della stessa fede religiosa, ultima consolatrice, laddove ciascuno dei personaggi, anche quelli secondari, si contraddistingue per il suo rapporto con la religione. Più un'opera sulla fede che sull'amore o la politica. Per me una buona Tosca dovrebbe avere costantemente presente, anche sul piano visivo, l'elemento religioso, pesantemente concretizzato, come un interrogativo inquietante.


            Jesus Christ Superstar. (Compagnia "Chewingart", 2004, e Compagnia delle Mo.Re., 2012) La casualità della cronologia accosta questo musical a Tosca - e da Tosca riprendo l'idea centrale: questo è un testo che non fornisce risposte, bensì solo domande; un testo che pone diversi personaggi - e con loro lo spettatore - a confronto con l'interrogativo della presenza del sacro nel mondo; su ciò si interroga lo stesso Cristo, dubbioso egli stesso sulla propria natura e sul proprio ruolo. In più, una efficace rappresentazione dei potenti egoisti e della volubile folla. Un ordito musicale ricchissimo ed esaltante. Caifa è un personaggio sicuramente meno sfaccettato degli altri, e per questo meno interessante, ma lo canto volentieri, in virtù della sua malvagità (non poteva mancare nella galleria dei numerosi ruoli da "cattivo" che ho collezionato) e della sua vocalità gravissima. È un autentico piacere sprofondare con lui negli abissi delle mie potenzialità vocali e... del mio lato oscuro. In fondo ogni regista è un Caifa: un potente che, più o meno deliberatamene, rischia ad ogni passo di tradire la propria missione, finendo col manovrare coloro di cui dovrebbe essere al servizio. Ecco che, involontariamente, ho usato le parole del Cristo. Dovrò tornarci, un giorno, su Jesus, non da interprete ma da regista.


            L'elisir d'amore. (Associazione "Fantasia in RE", 2004) Come si può non amarlo? Il punto di contatto tra l'opera buffa e l'opera romantica. Personaggi che sono ancora ruoli stereotipati, eppure già vivono di una loro vibrante umanità: la furbizia di Dulcamara diventa constatazione dei propri limiti, la vanagloria di Belcore diventa filosofema, la testardaggine di Adina diventa repressione (se non autolesionismo), l'ingenuità di Nemorino diventa nobiltà d'animo. Il nodo sentimentale si scioglie, ma l'equivoco non viene mai chiarito: troppo simile alla vita reale per riderne e basta senza che ciò lasci il segno su di noi. In più una chiave registica che ho trovato studiando proprio quel pezzo che in tutta l'opera meno mi convinceva: la barcarola. Durante la barcarola viene introdotto un teatrino nel quale due maschere mimano il testo della canzonetta. Perché allora non far esplodere l'intera struttura? Ecco che le due maschere aprono il sipario non solo del teatrino nel teatro, ma dello stesso teatro, durante la sinfonia; ecco che intervengono a distribuire l'elisir di Dulcamara, a sbeffeggiare Nemorino, a vestirlo da soldato, a realizzare il cambio di scena a vista appropriandosi però degli avanzi del banchetto nuziale: amo queste trovate, perché un'unica idea è funzionale, in maniera coerente, sia alle esigenze tecniche dello spettacolo sia a quelle artistiche. La metateatralità non si ferma qui: i personaggi invadevano costantemente la platea, i cantanti si scambiavano gli spartiti, il regista (io medesimo!) interveniva in palcoscenico; persino lo stesso direttore d'orchestra cantava alcune frasi. Interpreti: tutti disponibili e divertiti. Pubblico: parte non convinta, i più entusiasti, tutti prodighi di applausi.


            Il barbiere di Siviglia. (Associazione "Fantasia in RE", 2004) Tardi, relativamente, ho avuto la possibilità di fare Rossini, che pure è il compositore che a me sento più congeniale. Ho avuto la fortuna di cominciare proprio con il Barbiere e di avere a disposizione un allestimento scenico semplice ma raffinatissimo, che mi ha dato l'idea di una casa in confusione, in movimento, vista da dentro da fuori da ogni parte, piena di mobili che vanno e vengono, di oggetti che prendono vita e si ribellano ai personaggi. I vittoriosi, in questa messa in scena, sono coloro che riescono a gestire vantaggiosamente per sé questa estrema mobilità del mondo che ci circonda, della civiltà che noi stessi ci siamo costruiti, delle convenzioni sociali; convenzioni che, più tendono a nobilitare, a mettere ordine, rimuovendo e reprimendo, più portano alla luce meschinità, avidità e altre bassezze. Anche se non tutti se ne sono resi conto, più che sulle gag comiche (comunque innumerevoli) ho lavorato sulla musica: ogni invenzione, ogni trovata, ogni controscena era non solo sincronizzata con la partitura, ma generata dalla musica stessa e anche chiarificatrice della struttura compositiva, al punto da visualizzare l'intrecciarsi delle voci o i crescendo dell'orchestra. Coloro che sono venuti a complimentarsi specificamente per questo aspetto della regia mi hanno reso felice. Mi sono reso conto, in questa occasione più che mai, di quanto importante sia lavorare con cantanti non solo bravi ma anche intelligenti, capaci di assorbire così tanto l'idea registica, di appropriarsene così profondamente, da adattarla a perfezione su sé stessi, da arricchirla, farla crescere, insomma da renderla viva. Fatta salva l'impostazione generale, devo una parte non trascurabile degli effetti comici di questa produzione agli stessi interpreti, capaci non solo di aggiungere del proprio ma addirittura di sfruttare sapientemente, improvvisando, situazioni del tutto casuali. Vorrei sempre lavorare con persone così.


            Mosaici d'amore. (Compagnia dei Naufragati, 2004) Atto unico opera di Loredana Limone, vincitrice, insieme ad altri nove, della selezione per il U.A.I. Festival 2004. Dopo tanti spettacoli di professionismo, finalmente una produzione a livello poco più che amatoriale. Certo, meno budget meno pubblico meno visibilità, ma anche più libertà creativa (e anche più tempo). Questo, inoltre: anche il primo esperimento di formare un gruppo tutto mio, coinvolgendo poche persone massimamente affidabili... insomma, il primo nucleo della futura "Compagnia dei Naufragati". Quanto allo spettacolo in sé, Mosaici mette in scena una storia d'amore, anzi la storia di una storia d'amore, storia contenuta in un libro di cui discutono uno scrittore, giovane, idealista, e il suo editore, anziano, disilluso. Per loro, avendo un budget modestissimo, ho pensato a una messa in scena dalla struttura più ovvia (tavoli, sedie, arredi di recupero, poca attrezzeria) ma interamente rivestiti di carta, carta di ogni tipo, facilmente recuperabile a costo zero anche in grandi quantità. Per personaggi che vivono di storie su carta, ho insomma ricostruito un intero mondo di carta, ho reso visibile e tangibile quella cosa meravigliosa che sono la lettura e la scrittura, nella loro concretizzazione più ovvia e affascinante: il libro, smembrato e riassemblato, un libro che invade la realtà quotidiana, un libro che si fa vita.


            Il flauto magico. (Compagnia dei Naufragati, 2004) Fin dai tempi della mia tesi di laurea (e forse anche da prima) sono sempre stato interessato al problema del rapporto, nella società contemporanea, tra la cultura "seria" e la cultura di massa. L'attività didattico-divulgativa, per me, non è solo profitto, ma anche un impegno per restituire ai più (storditi dalla televisione) gli strumenti per apprezzare la letteratura, il teatro, la musica - insomma: il gusto per le cose belle. Perché di questo, non d'altro, si tratta: sono semplicemente cose belle, che regalano all'individuo un arricchimento inestimabile. Tutti i miei spettacoli sono realizzati partendo dalla necessità di essere prima di tutto leggibili da qualsiasi tipo di pubblico, naturalmente senza che la leggibilità diventi banalità. Questo Flauto magico più degli altri, perché concepito per essere rappresentato nelle scuole elementari e medie. Gli attori recitano dialoghi, come al solito da me riscritti (e - Mozart e Schikaneder mi perdonino! - privati di quegli elementi di misoginia, razzismo, integralismo non contestualizzabili da un pubblico di bambini), e mimano una selezione dei brani musicali. Uno spettacolo che costa poco e offre molto.


            Rigoletto. (Teatro delle Erbe (Milano), 2005) La prima di una serie di regie presso l'ormai scomparso Teatro delle Erbe. Un allestimento di cui sono particolarmente orgoglioso, per il modo in cui (con la collaborazione preziosa dei giovani scenografi Pedretti e Baldan) sono riuscito a risolvere i problemi che comporta la messa in scena di quest'opera (soprattutto il rendere "credibili" il secondo e il quarto quadro). La scenografia era costituita da pochi elementi (porte, muri, gradini, suppellettili, tendaggi) che venivano disposti diversamente di quadro in quadro a connotare le diverse situazioni. Una tale stilizzazione potrebbe far pensare a un allestimento povero e simbolico, invece il colpo d'occhio era piuttosto realistico e, oserei dire, monumentale. Il tutto grazie a idee semplici, maneggevoli ed economiche (il che è importante nell'attuale panorama della lirica italiana), come l'impiego di materiali di recupero e del polistirolo, con cui era realizzato persino l'imponente portale.


            Pagliacci e Cavalleria rusticana. (Teatro delle Erbe (Milano), 2005) Una regia che ricordo con rammarico, in quanto una serie incredibile di problemi tecnici ne hanno compromesso l'efficacia. Per Pagliacci l'idea era quella di esasperare il gioco del teatro nel teatro, attraverso un meccanismo di rimandi simbolici, l'apparizione di cartelli stranianti e soprattutto ambientando l'opera non nel paesino previsto dal libretto bensì nello stesso Teatro delle Erbe, di cui la scenografia riproduceva la caratteristica sala di colore blu, fino ad arrivare alla scena finale, quella della recita, in cui all'interno del palcoscenico ne veniva creato un altro, sempre tutto blu, mettendo in corto circuito la struttura a scatole cinesi. Al termine, gli elementi scenografici accatastati alla rinfusa in questo fittizio teatrino, venivano disposti a formare l'ambientazione per Cavalleria rusticana, un'ambientazione essenziale, ai limiti dell'astratto (un tavolo e una sedia privi di connotazioni per la taverna, alcuni pannelli di stoffa verticali per il portone della chiesa). Purtroppo numerosi imprevisti legati all'impianto luci hanno penalizzato una impostazione completamente incentrata proprio sulle luci, che avevo minuziosamente studiato affinché l'effetto pittorico non fosse fine a se stesso ma fosse legato agli stati d'animo dei personaggi e al rincorrersi dei temi conduttori della partitura. Naturalmente spero quanto prima di poter realizzare questo progetto come credo meriti.


            Madama Butterfly. (Associazione "Fantasia in RE", 2005) Senz'altro l'opera di Puccini che preferisco. Non nascondo che ci ho messo anni per farmela piacere, ma quando sono arrivato a sentirla mia l'ho amata davvero a fondo, con la pancia più che col cervello. Sotto uno sguardo puramente registico sono essenzialmente tre gli aspetti che me ne interessano: come rendere un Giappone non di maniera, quanta importanza dare allo scontro di culture diverse (eventualmente con spunti critici verso gli USA, oggi più che mai tornati attuali) e soprattutto la figura (intesa alla Barthes) dell'Attesa. Penso spesso all'attesa di Butterfly, un'attesa durata tre anni e una notte - e a quell'ultima notte che precede lo strazio delle speranze distrutte.


            Felici ma non troppo. (Compagnia dei Naufragati, 2005) La prima vera produzione dei miei "Naufragati": uno spettacolo a cavallo tra l'operetta e il musical, il cui materiale di partenza è dato da A little night music, raffinato musical di Stephen Sondheim, poco noto se non per un film con Elizabeth Taylor, a sua volta ormai quasi introvabile, e quella canzone, Send in the clowns, appannaggio di tante grandi interpreti. Su questa base ho scritto, interamente in italiano, una scatenata ed esilarante commedia incentrata sul più potente dei motori teatrali: l'amore. Otto personaggi (fatti vivere da giovani cantanti modenesi dal notevole talento) si incontrano e si scontrano, si seducono e si ingannano, si mescolano sperimentando tutti gli accoppiamenti possibili e, infine, arrivano, trovando la combinazione giusta di coppie, a comprendere quel grande mistero che è la felicità in coppia. Il tutto non senza aver prima macinato una quindicina di canzoni (arie, duetti, concertati), alcune divertenti, alcune commoventi, tutte irresistibili.


            Il trovatore. (Corpo Bandistico Città di Lavagna, 2005) La piazza di Lavagna, pur splendida, poco sembrerebbe prestarsi - per il suo biancore e la varietà di stili architettonici - alla medievale cupezza del capolavoro verdiano. Tuttavia, piuttosto che ignorare tali contrasti e inscatolare nella piazza un allestimento potenzialmente asettico, ho preferito esasperarli: nasce così questo Trovatore "lavagnese" in cui si incontrano - certo anche si scontrano - il bianco della chiesa e del portico, il nero della caratteristica ardesia (di cui gli zingari verdiani diventano qui scavatori) e i colori caldi degli altri elementi dello spettacolo (interamente realizzati sul posto con materiali di recupero); così come convivono i volumi squadrati di uno stilizzato castello e le rotondità delle colonne, degli archi, dei ciottoli levigati da secoli di risacca e, soprattutto, della enigmatica maschera che accompagna Azucena, vero polo magnetico di tutta una vicenda che altrimenti si risolverebbe nel banale triangolo amoroso tipico del melodramma. I quattro protagonisti, tutti tesi a programmare un futuro di amore (gli uni) e di vendetta (gli altri), si ritrovano invece progressivamente prigionieri del loro passato, che si manifesta in una lunga serie di flashback e agnizioni, per poi sfociare nell'annullamento finale; una "frantumazione" dei personaggi che, paradossalmente, coincide con la ricomposizione delle due metà della maschera nell'immagine di una strega lunare, ancestrale dea madre, violata e poi vendicata dal tragico manifestarsi della antica verità di cui è custode.


            Don Pasquale. (Accademia del Teatro (Cagli (PU), 2006) Non è cosa nuova spostare l'epoca di ambientazione di un'opera, è anzi prassi consolidata (nel bene e nel male). Credo che Don Pasquale massimamente si presti a questo tipo di operazione, perché attualissima è la problematica dello scontro generazionale, nella quale ho individuato il nucleo portante (e significativo) della vicenda. Propongo dunque un don Pasquale del Duemila, un uomo all'antica, attaccato ai suoi piccoli rituali quotidiani (il caffè, il giornale), che non riesce a comunicare col nipote Ernesto - e non è solo una metafora, in quanto l'insolente ragazzaccio è sempre immerso nella sua musica e nei suoi fumetti. Proprio un mondo da fumetto, fatto di scherzi e giochi, è il mondo di Ernesto, Norina e Malatesta; con la differenza che Ernesto è un idealista privo di risolutezza e portato a drammatizzare, mentre gli altri due sono più pragmatici. La beffa da loro architettata (una beffa "metateatrale", con Malatesta "regista" e Norina "diva") consiste nel far entrare a forza il povero don Pasquale nel mondo giocoso dei giovani. È questo il senso che attribuisco a trovate come i lazzi da Commedia dell'Arte o la concretizzazione delle metafore (meccanismo, questo, basilare nei fumetti): si tratta dell'aggressione del surreale ai danni del troppo concreto don Pasquale. Quest'ultimo si ribella, ma, proprio quando crede di essere prossimo alla rivincita, entra invece a sua volta nella logica del gioco, dello scherzo, del travestimento - cominciando finalmente a parlare la stessa lingua dei giovani, che non mancheranno di restituirgli il rispetto dovuto.


            Stress - Il provino. (Compagnia dei Naufragati, 2006) Ho scritto questo testo appositamente per le allieve del primo corso di recitazione che ho tenuto. Un atto unico tra la commedia noir e il teatro dell'assurdo. Quattro donne, quattro attrici all'esordio, partecipano ad un provino, ma il ruolo da assegnare è solo uno. Nella stressante attesa del regista, che tarda ad arrivare, l'ambizione e l'ipocrisia scateneranno tra le concorrenti una lotta di strategia psicologica all'ultimo sangue. Una riflessione sull'ossessione della contemporaneità per il "successo" e la conseguente confusione tra ciò che si vuole essere, ciò che si deve essere, ciò che si può essere. (Da qui in poi la mia "Compagnia dei Naufragati" trova il suo assetto stabile e si orienta definitivamente a spettacoli di questo tipo.)


            Don Giovanni. (Associazione "Fantasia in RE", 2006) Un'opera immensa, degna di stare accanto alle più grandi creazioni dell'umanità, quali la Divina commedia e la Cappella Sistina; un capolavoro che ci parla, come ogni vera opera d'arte, della nostra condizione di esseri umani. Già ai contemporanei di Mozart apparve chiaro che quest'opera, nonostante gli ossequi alla morale imperante, non è la banale storia di un malfattore che viene castigato. Don Giovanni è colui che, sprezzante di ogni convenzione, va in cerca dell'assoluto e perisce cercando di trascendere i limiti dell'uomo: a lui va la nostra simpatia e, se pure viene sconfitto, noi percepiamo che la sua sconfitta vale più della vittoria degli altri personaggi, che si sentivano vivi solo grazie a lui e che, senza di lui, condurranno un'esistenza mediocre e frustrata. Tali implicazioni sono una vera tentazione per il regista, il quale trova anche estrema libertà d'azione nell'atmosfera indefinita che avvolge tutta l'opera (interventi su titoli dalla scansione spaziotemporale più solida, come La traviata e Tosca, sono evidentemente più pericolosi). Però si corre anche il rischio di esagerare e, pur considerando diritto e dovere del regista il proporre una propria interpretazione, non voglio che la mia lettura diventi una riscrittura. Cerco sempre di far sì che i miei spettacoli offrano più livelli: lo spettatore non esperto d'opera deve poter capire ciò che vede, il melomane deve ricevere nuovi stimoli (e, se crede, non condividerli). Propongo quindi uno spettacolo dall'impostazione tradizionale ma non meramente illustrativa. L'impianto scenografico fisso, con pochi elementi che connotano i vari quadri, è settecentesco all'apparenza, ma non decorativo: diventa uno spazio neutro in cui vorrei far risaltare la rete di inganni reciproci tra i vari personaggi, attraverso una mia cura particolare della loro disposizione sulla scena e della gestualità (a tratti volutamente statuaria). È insomma un gioco teatrale col sapore della Commedia dell'Arte, dalla quale prelevo anche un altro elemento importante dello spettacolo: la maschera. Già richiesta dal libretto, la utilizzo ampiamente perché simboleggia a perfezione la messa in discussione dell'identità propria e altrui (ogni personaggio della vicenda almeno una volta si finge qualcun altro o viene scambiato per qualcun altro) che credo sia la vera perturbante chiave di questa sublime opera.


            Norma. (Teatro delle Erbe (Milano), 2007) Anche se quella di "Norma" è una Gallia di maniera (ai tempi di Bellini era presto perché un operista si interessasse in profondità all'ambientazione e alle sue eventuali valenze simboliche) ho pensato, nel concepire questo allestimento, di dare risalto proprio a tale aspetto. La guerra tra Galli e Romani si configura come lo scontro tra due culture: la prima tribale, a stretto contatto con la natura e pervasa da un potente senso del sacro; l'altra, imperiale, del tutto resa "inautentica" dall'ipertrofia tecnologica e burocratica. Pur facendo parte dei vincitori, dunque, Pollione è affascinato dal sapere ancestrale degli sconfitti (come avvenne a tutti i romani): così sperimenta dapprima un amore trasgressivo nell'unione, che oggi diremmo "multietnica", con Norma; poi (quando questo comincia ad apparirgli isterilito) cerca di rivivere la stessa trasgressione con la giovane Adalgisa; passa quindi attraverso gesti di vigliaccheria ed opportunismo; ritrova infine nella sua sposa il grande mistero dell'unione del tutto. - Un tormento simile patisce Norma. È sacerdotessa votata alla castità, eppure si unisce al nemico spinta da un autentico desiderio di pace, celebrando così delle vere e proprie "nozze sacre", e lo stesso fa allorché scioglie Adalgisa dai voti: segni del fatto che ella considera la sostanza e non la forma delle leggi. Contaminata dalla volubilità di Pollione, però, sperimenta la seduzione dell'egoismo e della violenza, sfoga la propria furia sullo sposo, sulla rivale, sui figli (in una scena tuttora agghiacciante), rischia di scatenare una nuova guerra. Ma alla fine sa riscattare sé stessa, con un gesto di sublime generosità che fa ravvedere lo stesso Pollione. - I Galli, invece, pur partendo da una esistenza autentica e naturale, dimenticano sé stessi e finiscono per assomigliare proprio ai loro nemici: essi pregano un dio maschile e violento (non certo la celebre casta diva), non sanno più vedere dentro la forma esteriore della legge e del rito, coltivano la violenza vendicativa invece del riscatto patriottico. Qualcosa, forse, imparano Oroveso, costretto ad un umanissimo gesto di pietà, e Adalgisa, che compete con Norma in slanci d'altruismo. - Ho dunque calato la vicenda in una ambientazione che enfatizza l'elemento naturale: tinte notturne, acquatiche, lunari, che rischiarano una vegetazione dalla quale i Galli poco si differenziano, almeno all'inizio. Per l'abitazione di Norma, invece, ho fatto riferimento all'immagine della caverna, archetipo della maternità, ribollente crogiolo in cui dominano i colori caldi del focolare sacro e delle sanguigne passioni che animano questa grande opera.


            Gianni Schicchi. (Teatro delle Erbe (Milano), 2007) È noto che Gianni Schicchi trae argomento da alcuni versi dell'Inferno di Dante: pochi (e non memorabili come quelli su Francesca o Ulisse), eppure bastanti perché Puccini ne facesse quello che è forse il capolavoro buffo del Novecento. Gianni è discendente di Figaro: rappresentante della "gente nova" (oggi diremmo self made man), non concepisce mai un'astuzia senza un tocco di ironia. Puccini ne nobilita le imprese, in quanto realizzate a favore di due giovani innamorati e a scapito di una famiglia di ipocriti egoisti. Ho dunque pensato, per questo allestimento, di proseguire sulla strada della "riabilitazione" di Gianni, identificando senza mezzi termini i perfidi Donati con i sette peccati capitali (avarizia, superbia, goloseria, pigrizia, invidia, iracondia, lussuria: anche in accordo con la fonte dantesca) e collocando l'ambientazione in un tempo irreale che renda universale questo spietato ma divertito ritratto della meschinità umana: se pure all'Inferno ci finisce proprio lui, "con licenza del gran padre Dante" noi continuiamo ad amare proprio Gianni Schicchi.


            La scala di seta. (Teatro delle (Milano), 2007) L'abbinamento de La scala di seta col Gianni Schicchi permette quasi di cogliere in un colpo solo l'intero percorso dell'opera buffa italiana, andando a ritroso dal maturo capolavoro di Puccini all'acerbo esperimento di Rossini, consacratore del genere. Certo, La scala di seta non è un capolavoro, ma solo in confronto a ciò che Rossini comporrà poi. A ben guardare, invece, questa farsa già presenta elementi caratteristici e innovativi: la finezza nel trattare le sfumature del sentimento e la famosa "follia organizzata" che esplode quando gli equivoci giungono a un punto senza ritorno, anticipando quasi il "teatro dell'assurdo" (finanche nella decostruzione linguistica). - Anche per questo allestimento ho dunque scelto una ambientazione semplice e astratta ma universale, come universali sono le situazioni mostrate, con l'elemento dell'eponima "scala di seta" a visualizzare il complesso intreccio delle relazioni tra i personaggi; intreccio che si risolve sì nel migliore dei modi, ma lasciando il dubbio che i rapporti umani siano ineluttabilmente destinati alla confusione e all'incomprensione.


            Trash - Siamo tutti spazzatura. (Compagnia dei Naufragati, 2008) Un arrogante artista è diventato famoso realizzando sculture fatte di... spazzatura. Le donne che lo circondano (una moglie perbenista, una figlia malata, una cognata snob, una suocera alcolizzata e una mondana giornalista) intrecciano equivoci ed inganni, che culmineranno nella sua misteriosa morte. Una commedia nera che indaga sull'immondizia che abbiamo fuori e dentro di noi, da me scritta appositamente per i talenti della confermata (e ingrandita) "Compagnia dei Naufragati".


            Savitri. (Teatro "Guardassoni" (Bologna), 2008) Oltre il velo di Maya. Savitri non è solo una donna che riesce a resuscitare l'uomo amato, è sopratutto un'anima che, attraverso l'esperienza del dolore, raggiunge l'Illuminazione: comprende che, se la vita è Maya ("Illusione"), allora lo è anche la Morte. Allorché Savitri impara a danzare al perpetuo ritmo di creazione e distruzione dell'universo, arriva a dominarne le forze - perché è in armonia con esse. Tale il senso ultimo di quest'opera con cui Holst raggiunge, oltre a mirabili esiti poetici e musicali, una penetrazione profonda della filosofia induista; tale l'aspetto che ho voluto metterne in risalto, in un gioco teatrale dichiarato che si ispira, rielaborandola, all'iconografia induista, con particolare attenzione ai "mudra", i gesti delle mani ognuno dei quali ha un preciso significato che forse il pubblico occidentale contemporaneo non saprà interpretare ma da cui riceverà sicure suggestioni.


            Smog - Aria buona. (Compagnia dei Naufragati, 2009) Alla pensione "Aria buona", gestita da un'autoritaria taumaturga votata alla liberazione dell'umanità dalle fantasticherie, si incontrano due signore appassionate di polizieschi, due coniugi amanti di horror, un uomo fanatico di fantascienza e una cameriera che vive di favole. La tensione, dovuta alla misteriosa scomparsa di un artigiano del posto e all'inspiegabile smog che si addensa attorno alla pensione, porta fatalmente a scontrarsi le diverse interpretazioni della realtà proprie di ognuno, con esiti violenti e paradossali. Dopo Stress (2007) e Trash (2008), la "Compagnia dei Naufragati" prosegue il suo percorso sulle parole chiave della contemporaneità, presentando una nuova commedia nera in cui il mistero, l'assurdo, il grottesco si fondono per smascherare le nostre ipocrisie quotidiane.


            Raccontando "La traviata". (Associazione "Mo-Mus", 2009) Una Traviata concepita dal direttore d'orchestra Stefano Seghedoni perché la ormai collaudata formula della "riduzione" non sia "riduttiva" bensì un arricchimento. Ecco allora che le pregevoli interpretazioni dell'ensemble cameristico e dei tre cantanti solisti vengono inframezzate dagli interventi di una voce narrante, per la quale sono stato onorato di poter scrivere il testo. E, piuttosto che limitarmi alla banale esposizione della trama, ho avuto l'idea - che credo sia stata vincente - di rielaborare alcune pagine de La signora delle camelie di Dumas figlio (tutti conosciamo La traviata, ma quanti di noi ricordano il romanzo da cui fu tratta?) e di quel capolavoro che è Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, in modo da gettare una luce crudele e tenera sulle finzioni d'amore di Violetta e Alfredo, che sono le stesse piccole maschere che noi stessi - volontariamente o meno, consapevolmente o meno - ci creiamo nella quotidianità dei sentimenti.


            Cenerentola. (Associazione "Fantasia in RE", 2010) Qui mi sono sentito decisamente più a mio agio, rispetto a Carmen (l'altra nuova produzione "Fantasia in RE" del 2010). Sono perfettamente in sintonia con Rossini, che in quest'opera - oltre all'immancabile satira sociale, terreno di elezione dell'opera buffa - riesce a scendere come pochi altri nell'animo umano: si pensi al modo in cui sa immortalare il colpo di fulmine tra Cenerentola e il Principe, o quello in cui getta uno sguardo metanarrativo su tutto lo spettacolo grazie all'ironia di Dandini; oltre naturalmente a quelle che sono le chiavi di volta della drammaturgia musicale rossiniana: quei pezzi d'assieme in cui i personaggi, campionario esemplare d'umanità, sono letteralmente travolti dalla catena degli eventi da loro stessi messi in moto e... perdono completamente il senno. Rossini è autenticamente il precursore delle attuali tecniche del teatro dell'assurdo. Il libretto, poi - evento raro nella lirica - è uno scrigno di invenzioni linguistiche e giochi di parole (oltre al "Nodo rintrecciato" voglio menzionare almeno lo spassosissimo "Addio, cervello!" di Don Magnifico). Per quanto riguarda la regia, come sempre con Rossini, ho lavorato sul fronte delle gag (grazie all'insegnamento della comicità dei manga) e della "coreografia", intesa come ricerca di movimenti che permettano al pubblico di cogliere visivamente oltre che acusticamente il complesso intreccio contrappuntistico delle voci messo in campo da Rossini (e questo invece grazie all'insegnamento di Jean Pierre Ponnelle). Per Cenerentola, in più mi sono inventato una serie di riferimenti extratestuali a Miseria e nobiltà: l'entrata di Dandini come quella di Totò travestito da Principe, il finale primo realizzato come la "tarantella con spaghetti", il duetto dei buffi che richiama la scena della dettatura della lettera e così via... C'è anche un motivo autobiografico in tutto questo: con Cenerentola, che è uno dei titoli che prediligo, festeggio nel 2010 gli esatti vent'anni da quando sedicenne misi per la prima volta piede su un palcoscenico: e facevo il "cuoco" (parte muta della durata di pochi secondi!) proprio in una produzione liceale di Miseria e nobiltà...


            Scene dal Risorgimento: L'amante di Gramigna - La santa di Arra. (Accademia musicale "Vivaldi" (Carpenedolo (BS)), 2010) Un piccolo gruppo di cantattori e musicisti, in uno spazio scenico ristretto connotato da pochi elementi simbolici, fa rivivere le suggestioni delle pagine di due grandi della letteratura italiana di fine Ottocento: Giovanni Verga e Ippolito Nievo. Autori lontani geograficamente e culturalmente, eppure accomunati dall’intento di rappresentare la provincia italiana della loro epoca: stupisce – ma non troppo – trovare imprevedibili giochi di corrispondenze tra realtà così diverse, quella siciliana e quella friulana, segno ulteriore di una allora nascente unità nazionale. Realtà contadine difficili, spesso enigmatiche, che il paroliere-regista Pierluigi Cassano e il compositore Massimo Malavasi raccontano, sulla scia di Verga e Nievo, ispirandosi alla cultura popolare, senza pretese filologiche bensì intenti a creare qualcosa di nuovo che sia anche fortemente radicato nelle tradizioni di un’Italia che si sta purtroppo perdendo e che invece si dovrebbe riscoprire, per poter trovare nel passato le ragioni del presente e anche le speranze del futuro.


            Look - Sogno di una notte di metà estate. (Compagnia dei Naufragati, 2010) In un atelier d’alta moda fervono i preparativi della sfilata di metà estate. Ma – tra modelli, fotografi, giornalisti e celebrità varie – si aggirano i Vampiri, eternamente belli eppure anche loro, come gli umani, alla ricerca del senso della vita… Dopo Stress (2007), Trash (2008), Smog (2009) – la Compagnia dei Naufragati, arricchita di nuovi talenti e delle affascinanti musiche di Massimo Malavasi, prosegue il suo percorso sulle parole chiave della contemporaneità con Look, rilettura – attuale, musicale, gotica – del Sogno di una notte di metà estate. Venti cantattori impegnati in un musical shakespeariano ricco di risate, sangue, colpi di scena e interrogativi sul culto dell’apparenza che caratterizza la nostra società facendoci dimenticare le domande fondamentali dell’esistenza, domande a cui ogni personaggio – e speriamo anche ogni spettatore – alla fine darà la propria risposta.


            Show - Tutta la verità su Edipo. (Compagnia dei Naufragati, 2011) Tragicommedia ispirata a Edipo re di Sofocle e La morte della Pizia di Friedrich D&uulm;rrenmatt. Prima parte: antica Grecia. Una tremenda pestilenza infuria sulla città di Tebe. Il re Edipo, già risolutore dell’enigma della Sfinge, si impegna a scoprire il perché di tale misterioso castigo divino. E trova una orribile verità... Seconda parte: giorni nostri. Edipo, ormai derelitto, riceve le visite dei fantasmi del proprio passato, ognuno dei quali ha da raccontare una differente versione dei fatti. E stavolta si scopre che la verità non è mai una sola.


            Nuovo arsenico e vecchie riforme. (Compagnia "Ultima fermata", 2012) È pericoloso insegnare all'Istituto Tecnico "Zitti": infatti i professori, specialmente i precari, spariscono misteriosamente uno ad uno... Il giovane Maury scopre che responsabili di tutto sono sua zia Teresa, impiegata di segreteria, e il folle preside Garibaldi: i due avvelenano i docenti per aiutarli a "trovare la pace" in un sistema scolastico che ormai va alla deriva. Maury cerca di decidere sul da farsi; ma non è facile, perché nel mentre deve vedersela pure con la simulazione della Maturità, l'isterica fidanzatina, un amico sballato, una tirannica vicepreside, un mostruoso ispettore inviato dal Ministero per applicare la Riforma e... una terribile colite! Con questa commedia poliziesco-scolastica, ispiratami dall'indimenticabile Arsenico e vecchi merletti, ritorno all'I.T.I. "Fermi", dove ho l'onore di dare un seguito all'opera trentennale dei professori Milena Nicolini e Ivan Andreoli, e provare la gioia di lavorare con tanti giovani talenti.


            Il club degli sfigati. (Compagnia "Ultima fermata", 2013) A squola, 1 squola cm tante, squola doggi cn tanti ggiovani doggi, ke ce 1 profa terrorista ke mica ke nn cià capito gnente d ggiovani doggi, ke xo ce li mette a punizzione ke li fa venire a squola propio pure d domenica… Cioè nzomma sta domenica a squola diventa cm 1 spece di realitisciò… xke c sta il solito fighetto il solito secchione la solita gossip i soliti truzzi… E ki cia probblemi d cuore < 3 ki guai a casa e ki nn sa ke vuole fa da grande (e ki si sente già grande) ki va in chiesa e ki nn c va… e ki vota e ki nn vota… e ki chatta e ki cià la band… e vabbè allora qsti sincontrano si scontrano un po’ si odiano ma xò alla fine simparano a volercisi bn… E cmq la vita è un casino, e somiglia a un panino……… XD XD XD !!!1!!11!!! … MELANZANA! … LOL! ……… < 3


             Rocky Horror Show. (Compagnia delle Mo.Re., 2013) Il Rocky, capolavoro di Richard O'Brien (o come si scrive), nasce in teatro nel '73 e diventa "picture" nel '75 (se le date sono sbagliate, prendetevela con Wikipedia). Pur volgare e offensivo (e diciamo pure: sconclusionato), grazie alla sua carica trasgressiva continua tuttora ad attirare generazioni di spettatori in vortici di lussuria e fanatismo. All'epoca scandalizzò più per il travestitismo e il sesso extraconiugale che per l'omicidio e il cannibalismo (eppure, in teoria, sarebbero più gravi, no?), e ciò la dice lunga. Ma il Rocky non è uno show sull'ambiguità sessuale e sul libero amore, bensì un inno alla diversità che sa ribellarsi ai condizionamenti sociali. Perciò siamo convinti che Frank 'n' Further sia un supereroe proprio come Orfeo, Ulisse, Faust, Don Giovanni, Don Chisciotte, Amleto, Peter Pan, Frankenstein e Dracula (soprattutto gli ultimi due; ma con più classe di tutti loro). Speriamo che l'incontro con lui vi distrugga: per il vostro bene. Ma perché in italiano? Non siamo fautori della traduzione indiscriminata dei musical. Quelli interamente cantati, per esempio, li preferiamo in lingua originale; così come quelli noti e arcinoti. Ma non il Rocky, in cui il parlato è importante quanto le canzoni, e però pieno zeppo, come tutto lo show, di riferimenti alla cultura pop degli anni '50 (spesso incomprensibili persino agli americani di oggi, figuriamoci a noi altri). Perciò abbiamo optato per un adattamento, che non si limita a una traduzione ma consiste in una vera e propria riscrittura attualizzata. Un esempio: sostituire Fay Wray (noi sappiamo chi è, ma voi?) con Mina. Siamo consapevoli di aver parzialmente tradito O'Brien (che ci maledirà in qualche sanguinolento dialetto extraterrestre) e offeso i suoi più agguerriti fan (che ci hanno già maledetto in brianzolo, non meno sanguinolento); ma crediamo di essere stati fedeli allo spirito, se non alla lettera, dell'originale; che ha comunque una consolidata tradizione da "opera aperta". Speriamo con umiltà (si fa per dire) di sorprendere piacevolmente chi già conosce a memoria lo show, ma soprattutto di coinvolgere più facilmente chi invece lo scopre per la prima volta; e che, magari, poi andrà a cercarsi quello vero (che comunque è meglio).


            Invito a cena col morto. (Compagnia "Ultima fermata", 2014) “Mettiamo per ipotesi… Sei nel 1909, in Austria, seduto all’osteria con un giovanotto di nome Adolf. Lui non ha fatto niente di male, non va in giro ad ammazzare la gente e non ha ancora scatenato una guerra mondiale… Cosa fai? Non gli avveleni la birra?” … Sei giovanotti di belle speranze decidono di rendere il mondo un posto migliore scegliendo persone che non la pensano come loro e… invitandole a cena!


            Messer Filippo. (Associazione "Mutinaeventi", 2014) Mi è stata affidata, e ne sono stato onorato, la responsabilità di curare la messa in scena della prima assoluta di questo musical scritto da Beppe Cavani e ispirato da una leggenda di Spilamberto (MO), a sua volta basta su un fatto vero: la scoperta (ai primi del Novecento) di una cella cinquecentesca sulle cui pareti il condannato a morte Filippo, nell'attesa del supplizio, disegnò la propria tragica storia.


            La sonata a Kreutzer. (Compagnia "Gli Artesi", 2014) Monologo di Graziano Arletti. Durante una gelida notte russa di fine Ottocento, mentre i viaggiatori di un treno chiacchierano a vuoto sulla natura dell’amore e del matrimonio, uno sconosciuto si intromette per raccontare di come ha ucciso la propria moglie e per formulare un violento atto d’accusa contro le convenzioni sociali che lo hanno reso un assassino. Nonostante molte delle istanze di Tolstoj appaiano oggi superate, la vicenda resta attualissima grazie alla profondità dell’introspezione psicologica e dell’analisi dei condizionamenti sociali, affidati non ad una voce giudicante dall’alto bensì al tormentato ma lucido protagonista, in modo da rendere impossibile una netta separazione della ragione dal torto. Il tutto sulle inquietanti note della “Sonata a Kreutzer” di Beethoven che ispirarono a Tolstoj questo piccolo capolavoro.


            Rigoletto. (ERT Emilia Romagna Teatri, 2014) Quando ho accettato di curare la messa in scena di questo Rigoletto, ero consapevole della duplice sfida: contribuire a provare che si può produrre l’opera lirica nella “provincia”, senza i numeri dei grandi teatri ma con non meno passione e, sperabilmente, non meno professionalità; e presentare al pubblico un Verdi non stravolto da arbitrii registici ma nemmeno appiattito in una prevedibile routine. Quando si pensa a Rigoletto si tende a sottovalutarlo; come se, proprio in virtù della sua popolarità, ci avesse già detto tutto. Invece fu, ed è tuttora, opera sorprendente e sconvolgente. Basti pensare a un brano come La donna è mobile: lo squillo tenorile, il ritmo trascinante, l’accattivante melodia, i frivoli versi, tutto invita alla spensieratezza; ed è, invece, se inserita nel contesto dell’opera, una delle invenzioni più drammatiche e inquietanti di tutta la storia del melodramma. Rigoletto ci trasporta, in effetti, in un mondo di contrasti e paradossi. Alterna lo splendore della corte allo squallore suburbano. Ci mostra assassini col senso dell’onore, prostitute dal cuore tenero, libertini che vacillano, educande che scoprono la vita e ne restano annientate. Su tutti il buffone eponimo: non sappiamo se disprezzarlo o ammirarlo, se condannarlo o giustificarlo… Sfugge a ogni classificazione morale, perché è un essere umano vero, con la sua complessità e le sue contraddizioni. Prima di Verdi, forse, nessun altro compositore era sceso tanto a fondo nell’animo umano. Ho dunque puntato a una regia tradizionale ma, spero, non meramente illustrativa. Artemio Cabassi ha ideato, oltre ai fastosi costumi, una scena a impianto fisso semplice ma elegante, che dialoga con l’iconografia rinascimentale grazie all’uso, con discrezione, di fondali proiettati. Con gli interpreti ho cercato di ripartire da una tabula rasa e restituire quante più sfumature possibili ai personaggi verdiani. Il coro “Gazzotti” ha profuso un impegno superiore a quello normalmente richiesto in simili contesti, coronando quella valorizzazione delle risorse locali che è l’orgoglio di questa produzione. Ho particolarmente cercato di evidenziare archetipi e parallelismi, inganni ed equivoci, in un gioco di specchi che parte dall’attitudine di Rigoletto, in quanto buffone, a imitare e deformare la realtà e finisce per rimandare all’ultimo riflesso: quello, nella finzione teatrale, di noi stessi.


            Gli acchiappamostri. (Compagnia "Ultima fermata", 2015) Un incredibile sconvolgimento attende le vite di Edgar e Allan, due giovani disoccupati. Costretti a inventarsi un mestiere e trovandosi davanti a un fenomeno paranormale, decideranno di diventare… acchiappamostri! Insieme alla loro “esuberante” assistente Cordelia, dovranno quindi vedersela con fantasmi, mummie, streghe, licantropi, vampiri, zombie, demoni e soprattutto con la misteriosa famiglia Melliflua, che abita il vicino castello e che sta preparando qualcosa di sensazionale per la notte di Halloween! Nel trentesimo anniversario di Ghostbusters (Acchiappafantasmi) e nel sessantesimo de La famiglia Addams, abbiamo deciso di festeggiare loro e tutti i maestri dell’orrore e del brivido, da E. A. Poe a Tim Burton, con uno spettacolo che vi farà morire… dal ridere!


            Carmen. (Associazione "Fantasia in RE", 2016) Opera dalla genesi tormentata, soggetta a numerosi rimaneggiamenti (anche postumi), al suo apparire risultò doppiamente scandalosa: per l’immoralità del contenuto e per l’incomprensibilità del linguaggio musicale (almeno secondo i canoni francesi di allora). In seguito arrivarono anche gli elogi, ma accompagnati da strumentalizzazioni nell’ambito del dibattito sulla drammaturgia operistica, all’epoca particolarmente acceso a causa delle istanze wagneriane. Il tutto, s’intende, malgrado l’autore; che morì, affranto, pochi mesi dopo la prima, senza sapere che la sua creatura infine sarebbe diventata uno dei titoli più rappresentati al mondo, canticchiata persino da chi con la lirica ha poca familiarità. Non solo alle immortali melodie, e nemmeno alla passionalità della vicenda, però, è dovuto il successo odierno di quest’opera. Esso dipende pure da un fascino sottile, nascosto sotto la linearità della trama e la solarità dell’ambientazione: il fascino della protagonista, travolgente eppure indecifrabile. Se infatti è vero che Carmen è tutta slancio vitale e desiderio di libertà, è anche vero che di questo suo carattere sono state date le più varie letture, a volte addirittura opposte: Carmen come exemplum di immoralità punita; ma anche come antesignana del femminismo che va incontro a una morte eroica; oppure Carmen ribelle senza causa, essenzialmente egoista e dunque non portatrice di ideologie se non di trasgressione fine a sé stessa; o ancora Carmen povero relitto umano inconsapevolmente travolto dalla marea del destino… La stessa vocalità del personaggio sfugge alle classificazioni più semplicistiche ed è perennemente al centro di accanite polemiche. Insomma, il vero nodo drammatico della Carmen è proprio Carmen stessa. La mia regia, pur rigorosamente tradizionale, cerca di restituire tale fascino potente ma ambiguo della protagonista, in conflitto con una società mediterranea calorosa ma anche terribilmente chiusa. Ecco dunque la folla di personaggi buontemponi ma anche volubili, indolenti, meschini, ipocriti, sempre pronti al brindisi e alla danza così come al pettegolezzo e al pregiudizio. Ecco infine una particolare attenzione alla materia viva di cui questo mondo si nutre: il cibo speziato, il tabacco delle sigaraie, la tela grezza, il legname, la sabbia dell’arena, il sudore e non ultimo il sangue.


            Moby Dick. (Compagnia "Ultima fermata", 2016) Da quasi duecento anni l’umanità si interroga su Moby Dick. Il gigantesco e invincibile capodoglio è un animale come gli altri? è indifferente a tutto se non alla propria sopravvivenza? si accanisce di proposito contro i balenieri del Pequod? è una creatura diabolica? è stato inviato dal Signore a punire l’umanità? è un simbolo del Destino? … E il capitano Achab, col suo odio ossessivo per Moby Dick, è un pazzo o un santo? … Non lo sapremo mai. Quel che è certo è che sul Pequod è imbarcato ognuno di noi. Insieme al desiderio d’avventura di Ismaele, agli ideali di Starbuck, alla filosofia di Stubb e Flask, alla genuinità di Queequeg, al mistero di Fedallah, alla follia di Pip… Dopo tutto questo tempo, Moby Dick non ha ancora smesso, come tutti i grandi classici, di parlarci di noi stessi, del nostro rapporto con la natura, dell’esaurimento delle risorse energetiche, della spietatezza dell’economia, dell’oscurantismo della superstizione, della discriminazione dei diversi, delle responsabilità del comando e di tutte le eterne domande sul senso della vita umana.


            C'era una volta. (Compagnia "Ultima fermata", 2017) Cenerentola vorrebbe andare al ballo, e si reca nel bosco per pregare sulla tomba di sua madre. Cappuccetto Rosso viene mandata nel bosco a trovare la nonna. Jack è costretto ad attraversare il bosco per vendere la sua amata mucca Bianchina. La bionda Raperonzolo nel bosco è tenuta prigioniera, e vorrebbe tanto potersene andare. Il fornaio e sua moglie vorrebbero avere un figlio, ma non possono senza prima aver spezzato la maledizione della Strega della Porta Accanto. Per riuscirci hanno bisogno di quattro cose: una mucca bianca come il latte, un cappuccio rosso come il sangue, dei capelli biondi come il grano e una scarpetta di cristallo. E così, ecco anche loro dirigersi verso il bosco… Ispirato al capolavoro di Stephen Sondheim Into the woods, tutto ambientato in un bosco, metafora delle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare nella vita, uno spettacolo musicale per grandi che vogliono tornare piccini e piccini che stanno diventando grandi.


 

 

 

 

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